I teatri di Sassuolo

Cenni storici

Fin dal XVI secolo, durante il governo dei Pio, è esistita a Sassuolo una vivace attività teatrale, ripresa e intensificata dai Duchi d’Este. Con Francesco I (1629-1658) si riprese infatti una tradizione di spettacoli e feste scenografiche tese alla glorificazione del potere. Particolare fortuna presso la corte estense ebbe il genere della favola pastorale, molto diffuso in tutta l’Europa del XVII sec.

All’epoca si usava allestire teatri provvisori nelle sale di corte, nei cortili o nelle piazze. Nel 1650 all’interno del Palazzo Ducale di Sassuolo si montò un palco per la commedia nella Camera d’Orlando: divenne poi una consuetudine per oltre un secolo. Mancando un locale apposito, si usava montare teatri provvisori anche nella piazza antistante il Palazzo Ducale, come avvenne in occasione del 41° genetliaco del duca Francesco I il 5 settembre 1651:

“Quindi il signor Duca si riscaldò nell’opera e procurò che il dramma fosse accompagnato da un vaghissimo teatro adorno di statue, festoni e prospetti, che mirabilmente appagassero l’occhio. Era di una forma ovata il teatro, con dodici scaglioni compartiti in sette parti eguali con la sua piazza in mezzo pei Principi, Principesse, Dame e cavalieri de’ più principali. Non parlo della compozizione, perché sebbene bella, fu però la minima delle grandezze, che si videro. Il teatro riuscì di smisurata grandezza… La scena rappresentava un superbissimo palagio con colonnati, logge e prospettive meravigliose, il tutto messo ad oro, che coi lumi in gran quantità nascosti, lo facevano per tutto risplendere, che sembrava la reggia del sole…”

(lettera del 10 settembre 1651 di don G.B. Paltrinieri all’amico marchese Giulio Testi)

Non solo si allestivano teatri nelle piazze, ma accadeva anche che l’intero spazio urbano si trasformasse in spazio scenico e celebrativo con cortei che, coinvolgendo l’intera popolazione, si snodavano attraverso le vie cittadine concludendosi davanti al Palazzo. Nel XVIII sec. molte furono anche le feste religiose celebrate con costruzioni provvisorie.

Solo nel 1696, in seguito alle insistenze dei giovani dilettanti sassolesi (esisteva infatti in città anche una vivace attività teatrale autonoma dalla corte) e a causa delle esigenze della corte stessa, che volentieri assisteva a spettacoli teatrali, si inaugurò il primo teatro civico. Il teatro non venne costruito dalle fondamenta, ma fu ricavato, su progetto dell’ architetto sassolese Antonio Paltrinieri, dalla trasformazione della vecchia casa del signor Antonio Giordani, situata tra va Clelia, la torre dell’Orologio e l’attuale piazza Garibaldi.

Nel 1773 Francesco III d’Este invitò le autorità locali a costruire un nuovo teatro, più ampio ed elegante, che si adeguasse al rinnovamento edilizio allora in atto a Sassuolo e che fosse più consono alla dignità della corte ducale e dei suoi ospiti. Nei due anni successivi, su progetto dell’ingegnere ducale Ludovico Bolognini, si ricostruì ex novo il vecchio teatro, mantenendone però i muri esterni. Il nuovo teatro fu inaugurato dalla corte nel 1775. Da una descrizione del 1878 sappiamo che aveva scale e muri in cotto, una platea con tre ordini di palchi in legno e il soffitto dipinto. Il palcoscenico aveva una bottega sottostante ad uso di Caffè.

Nel 1905 le autorità del paese decisero di demolire il vecchio teatro, ritenuto pericolante, e di costruirne uno nuovo, su progetto del tecnico comunale Gaetano Malatesta. Il nuovo teatro, chiamato Politeama Sociale, fu inaugurato nel 1912. Per vent’anni svolse un’importante funzione sociale e ricreativa, ma con l’andare del tempo il locale si dimostrò troppo angusto.

Grazie all’iniziativa di due imprenditori sassolesi, i cugini Eugenio e Mario Carani, la sera di Natale del 1930 venne inaugurato il Teatro Carani.

Il Teatro Carani

Il nuovo teatro, progettato dall’ingegnere Zeno Carani di Modena, fu dotato di un ottimo palcoscenico, di una grande platea e di due vaste gallerie per 1.600 posti a sedere complessivi. La sua notevole capienza poteva apparire una pretesa spropositata per un paese che allora contava 10.000 abitanti, ma il tempo ha dato ragione all’intraprendenza dei due industriali. Negli anni, infatti, il Teatro Carani ha svolto una importante funzione di promozione e diffusione dell’arte, della cultura e della musica. Il teatro ha conosciuto un’intensa attività cinematografica, opere liriche, spettacoli di prosa, balletti, concerti, operette, riviste e commedie musicali, che tuttora continua con notevole successo. Si ospitano inoltre nel foyer convegni, mostre e presentazioni di libri. Numerose le personalità che negli anni sono salite sul palco del Teatro Carani: potremo rendercene conto osservando le foto dedicatorie poste nell’atrio.

La facciata, che presenta elementi stilistici di gusto tardo liberty (presenti anche nel foyer e nelle porte d’ingresso), si sviluppa longitudinalmente su viale XX Settembre. Tre gli accessi: da via Mazzini, da piazza Garibaldi (galleria Carani) e da viale XX Settembre.

Il Politeama sociale

Il Politeama Sociale oggi riposa (è davvero il caso di dirlo) tra i numeri civici 6 e 10 di via Farosi (tra la Chiesa di San Giuseppe e una banca), inattivo dal 1964, quando fu ceduto al Banco di S. Geminiano e S. Prospero. Eppure il teatro ha vissuto una breve ma felice stagione durante la quale ha ospitato opere, operette, balli, veglioni e più tardi anche il cinema (il termine Politeama Sociale - internopoliteama indica appunto una sala atta ad accogliere varie tipologie di spettacolo). In occasione dell’inaugurazione andarono in scena  Cavalleria Rusticana e I Pagliacci,  il 12 ottobre 1912. Nel 1935 divenne Casa del Fascio, mantenendo funzioni culturali e ricreative.

Dopo la guerra l’edificio fu trasformato in balera (da qui il soprannome Caldiròun, “Calderone”). Vi si teneva, in concorrenza con il Carani, il veglione di Capodanno. Abbandonato da anni, l’edificio attende il restauro e che se ne determini la futura destinazione d’uso. Profondamente modificato all’interno (probabilmente nel corso della ristrutturazione del 1935 sono stati tamponati i palchetti della galleria ed eliminato il palcoscenico, mentre sono ormai perdute le decorazioni di Umberto Chicchi costituite da motivi floreali stilizzati) non ha subito manomissioni rilevanti all’esterno.

La facciata è costituita da due corpi laterali aggettanti con terrazza e fastigio curvilineo al centro. Porte e finestre sono adornate con motivi decorativi a fiorami e testine, mentre le grate in ferro battuto sono caratterizzate dal motivo “a frusta”, secondo uno stile liberty sobrio ed essenziale.

Paola Gemelli

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