25 aprile: si ricorda Girolamo Andreoli, il medico dei poveri
22/04/2010 Quest’anno
a Sassuolo,
all’interno delle celebrazioni del 25 aprile, uno spazio di
riguardo sarà dedicato, per iniziativa dell’ANPI di Sassuolo, alla
memoria del medico sassolese Girolamo Andreoli alla cui famiglia il
Sindaco Caselli consegnerà una targa alla memoria proprio nella
mattinata di domenica 25 (11:30 in piazza Garibaldi).
Le ragioni di tale scelta sono, nelle parole della presidente
dell’ANPI Antonia Bertoni, diverse: "Prima di tutto vogliamo come
associazione far conoscere ai giovani e ai sassolesi che non hanno
vissuto quegli anni il carattere corale della partecipazione alla lotta
di resistenza al fascismo totalitario: a fianco della componente
comunista, nella figura di Ottavio Tassi, si misero in luce a Sassuolo
altri protagonisti di primo piano fra i quali Andreoli, Mussini, Dal
Borgo, Carani . In secondo luogo crediamo nel valore etico offerto da
figure esemplari, come quella che abbiamo ricordato il giorno della
Shoah, mi riferisco al medico sassolese antifascista dott. Giuseppe
Moreali che contribuì a salvare i ragazzi ebrei di Villa Emma, o come il
dottor Girolamo Andreoli che prestò la sua opera per i malati, per i
prigionieri inglesi, per gli ebrei e per i partigiani."
Nato a Mantova nel 1899, Girolamo Andreoli era era figlio di un
ufficiale di carriera. Si laureò in medicina a Modena e divenne medico
condotto a Sassuolo, professione che svolse dal 1928 al 1961. "I
sassolesi" spiega la professoressa Bertoni, "lo ricordano come il
“ medico dei poveri”, per l’assoluta dedizione al dovere e mancanza di
interesse personale: a qualsiasi ora del giorno e della notte era a
disposizione dei malati. La comandante partigiana Norma Barbolini lo
descrive come accogliente e riservato, caratteri che ne facevano una
persona gentilissima. Non era un politico in senso stretto, ma era un
uomo indipendente, che si permetteva di criticare in piena libertà di
pensiero, e soprattutto di parola, il regime, forte della sua
professione e della stima di tanta gente. Ciò tuttavia attirò su di lui,
e non meno sulla sua famiglia, ostilità e rancori destinati a durare.
Per fortuna la dirittura morale e lo zelo professionale catturarono il
rispetto di molti pazienti fascisti che gli sottoscrivevano la tessera
del partito fascista, indispensabile per poter esercitare la professione
di medico: ricordiamo che già il dottor Moreali, antifascista, si era
dovuto trasferire da Sassuolo a Nonantola, se voleva esercitare in pace.
Quando nel 1944 Andreoli fu arrestato “per intelligenza col nemico”,
cioè perché dava aiuto a prigionieri inglesi in fuga ed ebrei, al
processo l’avvocato Peroux che lo difendeva addusse a testimonianza un
capoguardia fascista sassolese che giurò sulla fede fascista dell’Andreoli,
per salvarlo dalla condanna. Scarcerato, Andreoli amava ripetere, “per
insufficienza di prove”!
E’ illuminante anche il suo comportamento successivamente all’entrata in
guerra dell’Italia: nel 1941, nonostante un’imperfezione, compì
regolarmente, come capitano medico, la campagna di Jugoslavia: “Per
permettermi di criticare questo governo – disse- non debbo sottrarmi al
mio dovere”. Era fatto così.
Andreoli era un antifascista e un uomo d’azione; ascoltava “Radio
Londra” e si era avvicinato sin dal 1942 al Partito d’Azione, risorto a
Modena. Fu naturale per lui collaborare con Ottavio Tassi dirigente sassolese del Partito comunista, uomo moderato e dialogante, con
l’avvocato Stefano Mussini, vecchio antifascista ed ex dirigente del
Partito popolare, con l’industriale Dal Borgo, che avevano costituito a
Sassuolo, poco dopo il 25 luglio e la caduta di Mussolini, uno dei primi
comitati antifascisti della provincia. Nei 45 giorni Andreoli si espose
pubblicamente nella critica al regime poi dopo l’8 settembre 1943 si
impegnò nell’organizzazione clandestina di aiuto a prigionieri ed ebrei,
quindi come già detto nell’aprile del 1944 fu imputato di vilipendio al
fascismo ed assolto per insufficienza di prove.
Da quel momento Andreoli non fu più al sicuro a Sassuolo e fu costretto
a rifugiarsi in montagna, portando con sé i due figli, il maggiore,
Carlo Alberto, chiamato alla leva dalla repubblica di Salò, e il minore,
Giuseppe, studente in medicina. I figli entreranno nelle formazioni
partigiane e parteciperanno alla Resistenza nella nostra montagna. Nella
casa di famiglia, dove era rimasta da sola la moglie, fu installato il
comando tedesco: i tedeschi ben sapevano di abitare in casa di ribelli!
Il nome di Girolamo Andreoli è da quel momento legato all’Ospedale
partigiano di Fontanaluccia. L’iniziativa della costituzione
dell’ospedale partigiano nel territorio libero della Repubblica di
Montefiorino partì dai dirigenti della formazione Barbolini, e in
particolare da Norma Barbolini, che tra l’altro aveva già avuto
occasione di conoscere e di apprezzare la generosità delle suore
dell’Ospizio di Santa Lucia di Fontanaluccia, aperto da don Mario Prandi,
presso cui in precedenza erano stati curati alcuni partigiani feriti. La
sede fu quindi individuata nella scuola elementare a Casa Cerbiani, il
materiale fu in parte “inventato”, in parte arrivò dai lanci alleati e
dagli ospedali di Pavullo e Sassuolo, oltre che da Ottavio Tassi. Il
dottor Andreoli diresse l’Ospedale, coadiuvato da luglio dal dottor De
Toffoli, dal dottor Angelo Comini, dal dottor Poggipollini e da alcuni
studenti in medicina, tra i quali il figlio Giuseppe. Il 30 luglio, con
l’inizio del rastrellamento tedesco della Repubblica di Montefiorino
anche “l’ospedale” si trovò nella bufera e i malati furono trasferiti.
Le scuole con l’ospedale vennero incendiate dai tedeschi. L’ospedale
sarà poi di nuovo ricostituito e suddiviso tra l’Ospizio di don Mario
Prandi, sempre diretto dal dottor Andreoli, e Casa Cattalini di Civago".
Vicende che saranno ricordate anche martedì 27 aprile alle 20.30 in
Sala Biasin, nell'ambito di una conferenza organizzata dall’ANPI
durante la quale la ricercatrice sassolese Serena Lenzotti presenterà
il suo libro "La zona libera di Montefiorino. Luoghi della resistenza
nell'Appennino modenese/reggiano". Il volume ricostruisce il mosaico
estremamente ricco e articolato dei luoghi attraversati dalle vicende
belliche in quella che fu la prima zona libera d’Italia, meglio
conosciuta nel dopoguerra come la ‘Repubblica partigiana di
Montefiorino’. Attraverso sezioni tematiche, schede di approfondimento e
mappe storiche la guida è uno strumento utile per individuare e
contestualizzare lapidi, monumenti, sacrari disseminati nel territorio
montano a cavallo tra le province di Modena e Reggio Emilia e per
visitare valli e borghi che videro svolgersi gli avvenimenti storici
della guerra, con il forte coinvolgimento della popolazione civile. Il
testo fornisce quindi spunti interessanti per una riflessione sulla
geografia della memoria e sulle dinamiche della trasmissione della
memoria della Resistenza.
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