Periodico telematico di
informazione culturale

Camme's Brainstorming

Marco Camellini, classe ’77, disegna da sempre e ha iniziato a dipingere a metà degli anni Novanta. Negli anni passati dentro le sue tele si trovavano innesti fra paesaggi crepuscolari, creature teriomorfe alla Giger, feti in libertà e pin-up con costumi da spiaggia anni Cinquanta. Serpenti avviticchiati al bastone caduceo con indicazioni sul polo negativo e positivo, scale, arcieri con volti a teschio ed ampie gonne a pieghe. C’erano sacre rappresentazioni del verbo fatto carne Marilyn Monroe e pale con Santo Cobain martire. C’erano motti di spirito, a metà strada fra Dadaismo ed Arte Narrativa, come “l’unica certezza è la via d’uscita”, scritto dentro ad un gabinetto pubblico. E poi attrici porno durante connubi mitologici con piovre, sognanti, pastellate, circonfuse di piccoli fiori disegnati con la mano di Gustav Klimt. Da quest’immaginario da mostra delle atrocità, Camellini distilla gli elementi essenziali per provocare una tempesta sinaptica che lasci il segno, ed interseca polo positivo e polo negativo nel corto circuito della coincidenza oppositiva.
Il piacere della figurazione femminile si commuta in frenesia informale, di schizzi, colate e colori violentissimi, perché l’occhio dello spettatore deve essere attirato come l’ape su un fiore, e anche perché la pellicola fluo è una sgargiante maschera, una strategia di dissimulazione rispetto a quello che indica/nasconde.
Per Camme Warhol va a zonzo per l’Italia a braccetto con Naomi Klein, e insieme litigano a proposito del logo dei kleenex “Tempo”, sulla sua natura serpentiforme ed arrotondata, e poi del raffinato carattere della scritta Durex, che si auto-circonda come a suggerire l’idea di protezione, tenuta stagna, evidenza eccellente. Uno dei due insiste sulla bellezza del logo, immutabile e muta, l’altra sui rimandi radicali al di là della superficie dell’advertising, sulle ossessioni e sulle condizioni dell’essere al mondo.
I simboli invadono costantemente la nostra sfera percettiva, e la convenzione li decurta delle loro caratteristiche più profonde, dell’eccedenza di significato, del mistero, dell’inesauribilità della semiosi. La stragrande maggioranza dei simboli su cui ci cade l’occhio sono simboli impoveriti, trasformati in semplici segni dal significato univoco. Camellini rompe questa superficie segnaletica e si inabissa dentro ciò che sembra ovvio, recuperando il rimosso e facendolo esplodere verso la percezione dello spettatore. L’occhio di Rah abbandona la sua patina da specchietto per turisti-allodole, torna ad essere l’occhio del cielo, il sole, la conoscenza che deve passare attraverso i sensi e l’ossessione visiva della contemporaneità. L’icona del sole torna in forma barrata, negata, estrapolata dalle confezioni di vino in scatola che non possono essere esposte ai raggi solari, e diventa emblema di tristezza, depressione, legge ingiusta e mortale. Il teschio è chiaramente morte, ma è anche il nocciolo, l’interno, l’essenzialità identitaria, ciò che più ci affascina e ci spaventa. Basta il particolare della benda per trasformarlo nell’emblema della pirateria, informatica ed esistenziale, come stile di vita alternativo alla logica dell’industria, come ritorno al sistema caccia-raccolta anche di stimoli ed informazioni. I simboli dei marchi diventano esortazioni magiche, come il detersivo per piatti Svelto-concentrato, imperativo dromologico a proposito di velocità e performatività. Più statico, convenzionale, ma altrettanto performativo Mr.Muscolo. I Chupa-Chups alludono invece al piacere universale della suzione, al gusto di assimilare, e sono anche un omaggio a Salvador Dalì, illustre designer del logo in questione. Il simbolo del riciclaggio diventa un simbolo di trasformazione e rinascita, di temporalità continua e permanente, spiraliforme come la sezione aurea, unità base del fare della natura. La maestosa onda di Hokusai viene campionata e riproposta come simbolo del flusso, del movimento costante, del mutamento.
Sul tema dell’interconnessione e della pervasività è anche l’installazione all’ingresso, un muro di pacchetti di Lucky Strike, ovvero un muro di fumo, che ci racconta dell’instabilità dei confini fra le cose e le persone. A e non-A coincidono, e per esemplificare questo concetto Camellini conia un nuovo simbolo, il divieto della polarizzazione, unendo il moderno cerchio barrato dei segni stradali con il numero due e la sua forma sinuosa, che ricorda la rappresentazione simbolica di Giove. Con quest’operazione l’artista suggerisce che le convenzioni logiche di non contraddizione sono solo espedienti per semplificare il pensiero, portatrici di divisione, opposizione, discordia, e che la vera natura delle cose si muove lungo altri flussi.
Camme propone la serie dei pensieri in scatola, cofanetti con dentro installazioni miniaturistiche, coaguli concettuali levigati come un cammeo, commentati da perfide osservazioni. Abbiamo Make war with love, inscatolata insieme a soldatini armati contro la Venere del Botticelli. Un portagioie pieno di perle e maiali, ottimo come regalo per chi non ci merita. Una vagina in scatola, molto surrealista. Un Gesù Bambino con ali di pipistrello e tentacoli da piovra, che riflette sulla tripartizione del tempo. Fiori, pesci rossi, rinoceronti ed ostacoliste nude a proposito del moderare la velocità.
Camme combina raffinatezza ed impeto, Surrealismo, Simbolismo e Pop Art, shakerando insieme geroglifici concettuali, marchi della società di massa, e allusioni alla carnalità femminile per un’arte che sia “come la Sfinge in vendita su uno spot pubblicitario di MTV”.

Luiza Samanda Turrini
 

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