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Festival Filosofia: Frank Furedi e la cultura della paura

21/09/2010  Il filosofo ungherese Frank Furedi, al suo primo Festival, non era uno degli ospiti più noti e attesi di questa edizione. Solo due dei suoi libri sono stati tradotti in italiano. La sua lezione magistrale, in un sabato mattina piovoso e un po' troppo fresco, non ha fatto il pieno.
Peccato, le sue parole sono state salutate da un lunghissimo applauso finale e ha lasciato tutti piuttosto soddisfatti.
Per quanto mi riguarda personalmente, i suoi libri sono già tra i desiderata. Per tutte queste ragioni ho scelto, tra le tante lezioni seguite, di raccontarvi proprio questa: Frank Furedi, Principio di precauzione.



In passato, ha esordito il filosofo, si credeva che la fortuna aiutasse gli audaci. Nell'ultimo secolo invece il pensiero di essere padroni del proprio destino ha ceduto il passo all'idea di essere, al contrario, troppo impotenti di fronte al destino: "Nella nostra epoca, i problemi vengono amplificati e diventano rapidamente minacce esistenziali. Ciò che è inatteso diventa una minaccia esistenziale". Addirittura, scherza - ma neanche troppo - Furedi, le minacce del tempo meteorologico, pur essendo eventi routinari, vengono drammatizzate. Si pensi al millenium bug o alle epidemie influenzali, esemplifica ancora il professore: tutto diventa catastrofico. C'è insomma un pregiudizio culturale al posto di una valutazione sobria del rischio. Ciò influenza il pensiero. Parlando di rischio, si usano aggettivi come incomunicabile, incomprensibile... e diventa difficile restare tranquilli: "Vige oggi un principio di precauzione e abbiamo difficoltà a vivere con il concetto di fortuna, siamo molto più pessimisti. Difficilmente ci assumiamo la responsabilità del nostro destino. Anzi, si pensa al cambiamento con paura e si innesca il pensiero precauzionale. Ma quando un'intera cultura usa questo principio diventa un problema. Si pensa al peggiore dei casi, non tenendo presente che questo pensiero si basa sul fatto di avere immaginato il caso peggiore e non su un calcolo dei rischi". Si pensi, chiarisce il professore, al blocco aereo della scorsa primavera causato da una paura (che le ceneri vulcaniche potessero creare problemi ai voli) che ha portato immediatamente l'innesco del principio di precauzione.

Si dice spesso che il calcolo delle probabilità non funziona e pertanto se ne rifiuta la pratica. Si dice che i pericoli sono così incontenibili da non poter attendere il momento in cui si avranno a disposizione le informazioni per calcolare i rischi: "così l'unica possibilità è non fare, spegnere. Le pratiche di gestione delle minacce si basano sempre più su sensazioni e paure. E non ci sono solo le grandi minacce, ma anche le piccole, con conseguenze disumane sulla vita quotidiana". Il filosofo non risparmia esempi divertenti, con aneddoti tratti dalla vita quotidiana britannica. Tuttavia c'è ben poco da ridere in realtà e Furedi lo chiarisce molto semplicemente: "il pensiero precauzionale incoraggia la società a basare/organizzare la propria vita sulla paura. La paura viene istituzionalizzata e si alimenta un senso di impotenza e vulnerabilità. E' un invito ad assoggettarsi alla fortuna. C'è una crisi della causalità e una richiesta sempre maggiore di precauzione. Ci si basa sulla precauzione più che sul ragionamento. Questo principio è stato politicizzato e trasferito in un pensiero culturale".

Fin qui tutti d'accordo, poi Furedi annuncia che sta per esprimere un pensiero impopolare: "L'idea di sostenibilità", afferma "è una manifestazione di questo pensiero. In sé la sostenibilità è un bel pensiero, ma di fatto richiede di non assumere rischi. Quando penso a mio figlio che cresce in un mondo in cui il futuro appare uguale al presente mi rattristo. Agire per promuovere il progresso viene visto come pericoloso, mentre un futuro uguale al presente viene presentato come obiettivo di valore. Così oggi il progresso è bloccato dal principio di precauzione".

Torna poi sulla crisi della causalità che "si riflette sulla importanza e l'autorevolezza del sapere con la conseguenza di una perdita di fiducia degli individui nell'interpretare i nuovi eventi. Deligittimiamo la conoscenza che noi stessi produciamo. La soggettività indebolita porta a una rassegnazione, se non deferenza, nei confronti del passato. Prevale il sentimento che l'individuo sia influenzato da forze occulte (creatori di consenso, media)". Si innesca così un processo di "panico da intervento, una perdita di autonomia". I film ad esempio, secondo Furedi, trasmettono l'idea che le cose non siano mai come sembrano. Con la conseguenza che si pensa che manchino le informazioni per capire. "In passato", aggiunge "la teoria del complotto veniva usata dalla Destra, oggi è diventato un pensiero culturalmente accettato da tutti, Destra e Sinistra".

"Oggi", si avvia alla conclusione il professore "non sappiamo chi sia responsabile per ciò che ci accade. E' così ricomparsa la fortuna, ma ha assunto forme degradate: non è interessata e non vale la pena degli sforzi degli esseri umani. I Romani furono capaci di opporre alla fortuna la virtus. Ma oggi la fortuna non aiuta gli audaci". Non sono poche di conseguenza le domande che affollano la mente del filosofo: "Oggi come può esistere la responsabilità umana? Come la si può insegnare ai bambini? Come gli si insegna il rischio, a scegliere, a imparare dai propri sbagli?". Domande fondamentali che, dice Furedi, non osiamo più fare.
"Se non abbiamo la libertà di fare la storia, non abbiamo responsabilità. Oggi l'irresponsabilità viene normalizzata. E' una prospettiva" conclude Furedi "da rifiutare a favore di un coraggio umanista!" Un suggerimento che a giudicare dagli applausi convince. E che solleva chi, dopo avere partecipato ad altre lezioni nella giornata precedente, trova questa decisamente "controcorrente". Sarà che Cristoforo Colombo "che non fece tanti calcoli e partì e poi disegnò una nuova cartina" è in Italia un eroe nazionale.

Furedi, professore di Sociologia presso l’Università del Kent (GB) è tra i principali interpreti delle trasformazioni della società contemporanea ed è editorialista – tra gli altri – della rivista «spiked» e del quotidiano «The Guardian». Nei suoi lavori ha delineato l’emergere di una cultura della paura, sia per le sue implicazioni socio-educative, sia per quelle ambientali, concentrandosi sullo statuto epistemologico e politico del principio di precauzione. Per chi volesse leggere qualcosa di suo, tra i suoi libri si usa citare: Politics of Fear (London 2005); Invitation to Terror (London 2007); Wasted. Why Education isn’t Educating (London 2009). In italiano sono disponibili: Che fine hanno fatto gli intellettuali? I filistei del XXI secolo (Milano 2007); Il nuovo conformismo. Troppa psicologia nella vita quotidiana (Milano 2008). Buona lettura!

Paola Gemelli

Photo: Frank Furedi nel corso della sua lezione sassolese (di Paola Gemelli) e la copertina di uno dei due volumi tradotti in italiano

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