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Scoprire Sassuolo: tradizioni
Gastronomia
Una cucina "di confine"
Tortellini, zampone, cotechino,
prosciutto, gnocco fritto, tigelle, erbazzone,
aceto balsamico, parmigiano reggiano (nella foto di Luigi Ottani
qui a lato una fase della lavorazione), lambrusco,
nocino... la cucina tipica sassolese accoglie specialità
della pianura e della montagna, con qualche
incursione anche nel vicino territorio reggiano,
ed offre una scelta tanto vasta e varia da
soddisfare ogni palato. E' una cucina ricca etradizionale, ma prelibata. Si può dire che
non ci sia a Sassuolo festa tradizionale o
appuntamento, anche culturale, che non si
accompagni all'offerta delle specialità locali.
E' il caso della ricorrenza del Giovedì Santo,
cui si associa la preparazione dei dolci
tiramolla, ma anche del Festival Filosofia che,
insieme allo spirito, non manca di nutrire il
corpo con una ricca proposta di "menu
filosofici" serviti nei ristoranti locali.
Dalla montagna
vengono a Sassuolo i sapori rustici di una cucina
semplice ed energetica, che ha il suo punto di
forza nelle crescentine
(dette anche tigelle, dal nome delle formelle
tonde in terra refrattaria in cui anticamente si
cuoceva l'impasto sulle braci del camino, tra
foglie di castagno o di noce).
In pianura
invece si trova più frequentemente "il"
gnocco fritto (la grammatica
vorrebbe l'articolo "lo", come sempre
davanti a "gn", ma se per un giorno
volete sentirvi modenesi usate l'articolo
secondo tradizione). Il gnocco, che oggi si
consuma spesso insieme alle tigelle e farcito con
salumi, era in passato la base della colazione
del mattino e lo si inzuppava nel latte.
L'impasto, a base di farina, sale e acqua, viene
tirato col mattarello in una sfoglia spessa, poi
tagliata a rombi che vengono fritti
tradizionalmente nello strutto (grasso di maiale)
fuso e bollente.
Alla gastronomia tipica
modenese, che deve molto all'arte della
lavorazione del maiale, appartengono i
tortellini, la salsiccia, lo zampone, il
cotechino, il prosciutto, l'aceto balsamico (nella foto a lato,
di Ottani), il
Parmigiano Reggiano, il lambrusco e il bensone (è
il dolce tipico di Modena). I tortellini,
la cui fama ha da tempo valicato i confini
provinciali, sono un primo piatto ripieno,
preparato con una sfoglia sottile (di farina e
molte uova) ripiena a base di carne di maiale,
prosciutto, mortadella e l'immancabile Parmigiano
Reggiano. La forma caratteristica si ottiene
piegando il quadrato di sfoglia in diagonale e
facendolo girare sulla punta dell'indice. Si
mangiano in brodo, ma si trovano conditi anche
con ragù, panna o altri sughi.
Lo zampone si
ottiene utilizzando la muscolatura striata, il
grasso e la cotenna del maiale. La miscela è
condita con sale e pepe e insaccata nella pelle
dell'arto anteriore del suino. Si consuma cotto,
tagliato a fette, accompagnato con purè o legumi.
Simile il cotechino,
il cui nome deriva dalla cotica utilizzata
insieme alla muscolatura striata e al grasso,
conditi con sale e pepe. S'insacca con budello di
suino e si consuma come lo zampone.
Una specialità reggiana,
ma offerta comunemente come antipasto, è l'erbazzone:
un composto di bietole o spinaci lessati
amalgamati con ricotta, sale, noce moscata,
prezzemolo e cipolla, steso tra due sottili
sfoglie e cotto nel forno.
Il tipico pranzo
sassolese si apre con una portata di
affettati misti (salame, mortadella, pancetta,
coppa e gli umili ciccioli) accompagnati da
sottaceti, seguiti da un piatto di tortellini,
che la tradizione vuole in brodo. Seguirà il
bollito misto o il petto di pollo lesso. Infatti,
se i tortellini sono in brodo e il brodo viene
preparato tradizionalmente (per intenderci: con
la gallina, il cappone o il manzo e non con il
dado), le leggi dell'economia domestica vogliono
che poi si mangi la carne che è servita per il
brodo. Il tutto sarà accompagnato da un
bicchiere di Lambrusco.
La domenica si
pranzava in casa, con i nonni, gli zii e
i cugini. Che fosse domenica si capiva già
dagli odori che fermentavano in cucina
sin dal primo mattino: anziché di
caffelatte, il nostro appartamento in
piazza Risorgimento era pervaso
dall'aroma penetrante del brodo di
gallina e manzo che gorgogliava sui
fornelli. Sonnecchiavo nel dormiveglia
fantastico dei miei nove anni, ascoltando
dalla porta socchiusa i discorsi delle
donne intente ai preparativi.
-Facciamo la pasta ragia?- proponeva la
mamma.
-Se vuoi ti tiro due tagliatelline, o dei
quadretti- ribatteva la nonna sempre
pronta a menare la canela, come
chiamava il mattarello.
-Meglio la pasta ragia.-
-i 'ghe vréven du turtlèin-
gridava mio nonno dal salotto, mentre
aggiustava piatti rotti o trafficava con
cacciaviti e pinze.
-L'è menga Nadèl- lo zittiva
sua moglie.
I tortellini si mangiavano solo a Natale,
Pasqua, Ferragosto o eccezionalmente per
la visita di un ospite illustre, quando
si tirava fuori il servizio buono. In
quelle occasioni, un paio di giorni
prima, arrivavano schiere di donne che
per pomeriggi interi piegavano tortellini
piccolissimi intorno al mignolo e li
disponevano poi ad asciugare su un
tagliere. Ai tortellini seguiva un
cotechino, o un sassolino, più di rado
uno zampone, accompagnati da purè di
patate o fagioloni in umido.
Il menu del pranzo domenicale era più
sobrio, ma sempre uguale. Per primo, una
minestra in brodo con pasta all'uovo
fatta in casa. Per secondo la carne
bollita utilizzata per fare il brodo - l'alesso
come lo chiamava il nonno con salsa verde
cotta o cruda. A me non piaceva nessuno
dei due piatti e ancora meno mi
interessavano le discussioni se fosse
meglio la salsa cotta della nonna o
quella cruda della mamma, ma aspettavo
trepidante il momento del dolce, di
solito zuppa inglese o budino al
cioccolato.
(brano
tratto da Cibo di casa,
racconto di R. Valentini pubblicato in AA.VV.,
Sassuolo. Una città, la sua storia,
la sua anima, Milano, Telesio
Editrice, 2002)
La
preparazione » Si tratta
di caramelle a base di zucchero e miele, che le
donne preparano ancora tradizionalmente, secondo
l'antica ricetta custodita dalle massaie di via
Rocca (le roccheggianti) e assolutamente segreta. Il composto, a base di
zucchero e miele liquefatti, viene lavorato non
appena rapprende, ancora caldo e morbido,
tirandolo (da qui il nome) su un gancio. Dopo
ripetuti "tira e molla", quando il
composto è ormai solido, se ne tagliano piccoli
pezzetti, la cui consistenza si fa morbida non
appena si sciolgono in bocca. Si acquistano più o meno "cotti",
in sacchetti oggi di plastica.
L'origine delle
gustose caramelle sarebbe da far risalire
all'epoca delle crociate, quando alcuni
pellegrini di passaggio a Bisanzio ebbero modo di
conoscerle e importarle a Sassuolo. Può capitare
di assistere alla preparazione dei tiramolla
anche nelle domeniche di ottobre, in occasione
delle Fiere, quando tutta l'offerta gastronomica
sassolese è servita nelle vie e nelle piazze del
centro storico. Nello slideshow che abbiamo messo insieme con
foto d'autore di Luigi Ottani la preparazione, con dimostrazione
in diretta, dei tiramolla lungo via Rocca, nella giornata del
Giovedì Santo:
Anche la produzione dei distillati
è caratteristica di Sassuolo: sono tre le distillerie
di antica tradizione nate nel XIX secolo: la distilleria Bazzingher
poi Stampa, la distilleria Roteglia, nata nel 1848 dallo
svizzero Muggia, passata poi a Vaccari, seguito da Marazzi
e, nel 1927, da Emilio Roteglia al quale succedettero il figlio
Gilberto e per ultimo l'attuale proprietario della distilleria,
il nipote Lorenzo, la distilleria Caselli, fondata nel 1860
(a lato un manifesto pubblicitario d'epoca promuove il Sassolino
di Caselli).Tra
i liquori, i più famosi sono il Nocino (nella foto sotto, di
Luigi Ottani, quello prodotto da Roteglia) e il Sassolino
(nell'ultima immagine una bottiglia di Sassolino Stampa, foto di
Ottani).
Il Nocino si
ricava dalle noci, tradizionalmente raccolte
immature nella notte di San Giovanni (24 giugno).
Le noci raccolte ancora verdi hanno infatti un
profumo intenso, tessuti ricchi di linfa e
cellule che abbondano di oli essenziali e
principi attivi. Secondo Pellegrino Grappi,
notaio a Modena e Reggio nel '700, è poi
essenziale tagliare i frutti con lama di legno,
mai di ferro.
Il Sassolino,
a base di anice, è nato nel 1804, quando
Bazzingher, svizzero trasferitosi a Sassuolo,
ottenne, distillando gli anici stellati cinesi,
un liquore d'immediato successo. La distilleria
passò poi alla famiglia Stampa, che impose il
nome di Sassolino, coniato dai cadetti
dell'Accademia Militare di Modena nella seconda
metà dell''800. A loro se ne deve la diffusione e
la fama in Italia.
Le distillerie sassolesi producono
ancora oggi il Sassolino con alcool purissimo,
anice stellato essiccato e altri segretissimi
ingredienti. Utilizzato per lo più nella
pasticceria, è ottimo anche come digestivo e
correttivo del caffè. Lo si trova facilmente nei bar e nei
ristoranti cittadini.