Tre artisti per "Il tè delle cinque"
09/05/2010 Dal
15 al 30 maggio "Il tè delle 5" ospita tre artisti, Silvia Anselmi,
Kai-Uwe Schulte-Bunert e Sunghe Oh qui riuniti in un evento curato da
Luiza Samanda Turrini per l'associazione culturale I magazzini
criminali.
"Il rituale d’oltremanica" spiega la curatrice, "si
compie tradizionalmente in tre momenti diversi della giornata: il
breakfast tea, accompagnato da uova e bacon, l’high tea, preludio alla
cena, e infine la cena vera e propria, l’afternoon tea. Ovvero il tè
delle cinque. Quest’usanza fu introdotta dalla Regina Vittoria nel 1938,
il giorno della sua incoronazione. Dai compiti gesti dei salotti di
Buckingam Palace, alla pausa fra un charleston e l’altro nei tè danzanti
degli anni Venti, all’Hotel Ritz, dove si sorseggia l’ambrata bevanda in
porcellane Wedgwood con un sottofondo d’arpa, fino ad arrivare al
giardino d’inverno del Landmark Hotel, in cui il tè si sposa con fragole
e champagne. "Il Tè delle Cinque" è uno spazio fatto di vetrate, parquet
chiari, mattoni vivi, nel segno di un minimalismo arioso e pieno di
luce. Zone relax di yuta, grosse pietre imbiancate che diventano pouf,
futon fatti di canne di bambù. E poi strutture di vetro e metallo,
cassoni di legno livellati da mattoni grezzi che si trasformano in
tavoli, banconi fatti con impalcature da muratore oppure pallet
verniciati di bianco. Quasi tutti i mobili esposti al Tè delle Cinque
sono mobili, nel senso che sono dotati di ruote, per creare spazi
abitativi instabili ed in continua evoluzione. Le suppellettili invece
sono opere di designer di nicchia. Uno per tutti Seletti, con la sua
candida porcellana che reinterpreta forme povere: vassoi da pasticceria,
lattine, flaconi di ammorbidenti, tetrapack e cesti." Qui, nel
negozio che ha il suo spazio espositivo in viale xx settembre, 31/33 a
Sassuolo inaugurerà sabato 15 maggio alle ore 17 l'evento "Tre per il tè
delle cinque". Tre, appunto gli artisti, di cui Luiza Samanda Turrini ci
illustra le specificità: "Sunghe-Oh presenta svariate serie
tematiche di lavori, tutte strettamente derivanti una dall’altra.
L’artista indaga il suo status rifacendosi ad una sintassi operativa e
cognitiva che affonda le sue radici in tempi remoti. Quei tempi in cui
l’uomo ha iniziato a produrre oggetti, quando arte, artigianato, lavoro
e vita formavano un continuum insolubile e virtuoso. La spinta poietica
è celebrata nella tela che raffigura le mani. Nervose, articolate,
chiuse a pugno. Come per afferrare una facoltà che riguarda la forza, la
padronanza, la conoscenza immediata del mondo e, soprattutto, la
comunicazione. Queste stesse mani potrebbero essere le artefici della
serie di vasellame molecolare: grezzo e primitivo come la prima
produzione fittile del Neolitico, ma nello stesso tempo sfaccettato come
una pietra preziosa. Questi contenitori sono trofei che celebrano la
manualità umana, e la capacità propria dell’uomo di creare spazi vuoti
da riempire. La serie delle Lacerazioni richiama alla mente i primi
prototipi tessili della preistoria, ricollegandosi nuovamente a
linguaggi arcaici. L’operazione di blow-up evidenzia la natura simbolica
dell’ordito. L’intreccio dei fili e il loro sfilacciarsi rappresentano
le storie dell’uomo. L’uomo interconnesso con il mondo, con i propri
simili, l’uomo che fonda la propria identità nell’unione e nella
separazione dei legami.
Sia nel lavoro di Sunghe-Oh che in quello di Kai-Uwe Schulte-Bunert,
l’essere umano scompare, lasciandosi dietro il proprio spettro,
costituito dai suoi oggetti, oppure dai fondali stessi della sua
scomparsa.
Kai-Uwe
Schulte-Bunert rappresenta luoghi di passaggio. Spazi privi di contenuti
e di storia, se non in quanto argini di un flusso. Il flusso di cose, di
merci, di persone. Un nitore congelato che si cristallizza intorno a
costruzioni nude di cemento, muri impachettati, scavi, cumuli di
pietrisco per edifici. La gabbia rugginosa degli scheletri di ferro per
il cemento armato, che spunta da uno strato d’acqua. Schulte-Bunert
lavora sul deserto, sull’assenza, sull’ abbandono. Sulla desolazione
della nascita delle infrastrutture, sul gelido mistero dei non luoghi.
Silvia Anselmi mischia linguaggi artistici apparentemente
inconciliabili, come scultura, disegno, grafica a 3D, installazione.
Avvolgendo del fil di ferro intorno a telai rigidi, riesce ad emancipare
le linee dal vincolo del supporto bidimensionale, facendole affiorare
fuori, rendendole plastiche, mobili e vibranti. Fiori che scaturiscono
fuori da dischi di materiale ferroso, come fili di ricamatrici che
deflagrano fuori dal telaio. E mani, collocate su molle a spirale,
composte nel gesto del saluto, della non offesa. Le opere della Anselmi
sono realizzate con l’apporto degli agenti atmosferici. Dopo una prima
fase di assemblaggio, vengono poste in esterno, affinché pioggia, vento
e sole le corrodano, le ossidino, le rendano rugginose. I segni del
tempo avranno sempre la meglio sulla mano dell’uomo. Tanto vale
collaborare.
Installazioni mobili, vasi in bilico fra artigianato grezzo ed
oreficeria, tessuti, spazi vuoti, monocromie abbaglianti, materiali di
recupero.
Le opere e lo spazio dialogano fra di loro, scoprendo magiche affinità."
All'inaugurazione saranno presenti gli artisti. L'esposizione sarà poi
visitabile dal lunedì al sabato dalle ore 9 alle 13 e dalle 16 alle 19
(chiuso lunedì mattina e giovedì pomeriggio). Per info:
magazzinicriminali@libero.it
Paola Gemelli
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