"Né
prosa né poesia: proesia"
Intervista ad Emilio Rentocchini
Ad oltre tre anni dalla pubblicazione di Ottave
(Garzanti, Milano, 2001) Emilio Rentocchini, considerato uno dei
più importanti poeti dialettali contemporanei, torna in
libreria con una nuova raccolta di poesie: Giorni
in prova (Donzelli, Roma, 2005). Nel volume l'autore
intreccia alle ottave, in dialetto sassolese con relativa
traduzione, micro-racconti solo in italiano: il risultato è un
testo sfaccettato, dalla incredibile varietà di toni, in cui
poesia e prosa formano un tutt'uno.
La novità più evidente di Giorni in prova è
l’intreccio di poesia e prosa: alle ottave sono affiancati brevi
racconti scritti solo in italiano. Ci spieghi i motivi di questa
scelta? In che rapporto stanno poesia e prosa?
Marta Donzelli mi era venuta a trovare due anni fa e mi aveva
chiesto di vedere quello che stavo facendo, insistendo per avere
in visione anche qualcos'altro oltre le nuove ottave che
lentamente stavo accumulando. Fu così che ammisi di tenere da
tempo nel cassetto una trentina di Bonsai, microracconti in
italiano. Giorni in prova nasce di lì. Dopo aver letto il
materiale, Marta mi propose di pubblicare insieme ottave e prose,
non sapendo però ancora in quale forma. Fui io a organizzare,
alternandole, le due 'scritture', dividendo poi il testo in cinque
sezioni, in un percorso dalla carne (Corpo a corpo) a una
dimensione 'futilmente' spirituale (Vita alla seconda).
Le poesie sono scritte in dialetto, con relativa variante in
italiano, la prosa invece è scritta
solo in italiano: perché?
Perché l'unica maniera di fare poesia in italiano è, secondo
me, quella di annullare la struttura metrica e rendere
prosasticamente il mondo di cui la nostra lingua è espressione,
mondo un po' più arido e superficiale di quello 'mitico'
incarnato invece dal dialetto. Alla fine questo volumetto
concretizza quasi una intenzione di poetica, che si potrebbe
sintetizzare nell'aforisma: Né prosa né poesia: proesia.
Il dialetto è, secondo una tua definizione, “na lengua
ch’l’an crèss ménga, ch’l’as scunsomma” (una lingua
che non cresce, che si consuma)… ma continua a vivere nelle tue
poesie: che dialetto è?
Il mio è un dialetto lessicalmente corretto ma sintatticamente
ricostruito. Io penso che ogni vero scrittore non possa fare a
meno di scardinare e ricomporre secondo il proprio respiro
profondo lo strumento lingua, che solo allora potrà appartenergli
e -diciamo così- tradurlo verticalmente.
Per i testi poetici sei rimasto legato alla forma
dell’ottava: a cosa si deve questa scelta e cosa comporta?
L'ottava è il calco naturale della mia voce in dialetto, di
quella di mia madre, dei miei antenati, di tutte quelle mute
generazioni di contadini, che, senza saperlo, mi hanno affidato il
compito impossibile di testimoniare per loro sulla carta.
Cito
da Giorni in prova: “Scriveva per far quadrare il
cerchio, per illudersi che la vita avesse un senso, cioè per
niente”. Ci spieghi questa frase?
Significa 'scrivere per capire', cioè, per esistere
consapevolmente in sintonia col mondo, non ignorando, però, che
il mondo sfugge ad ogni abbraccio, se non a quello siderale e muto
delle stelle.
Intervista a cura di Paola Gemelli 11.5.2005
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