Roberto
Valentini presenta Nero balsamico. Intervista all'autore
Roberto Valentini, già autore di Impasto
perfetto (2001) e Terre rosse (2002), torna in libreria con un
nuovo giallo: Nero balsamico,
terza indagine di Carlo Castelli, il giornalista sommelier
all'opera tra Sassuolo, Maranello e Modena. Sullo sfondo, questa
volta, il mondo silenzioso dell'aceto balsamico di Modena. Alla
vigilia della prima presentazione del volume abbiamo incontrato
e intervistato lo scrittore sassolese per i nostri lettori.
Il
protagonista di Nero balsamico è lo stesso Carlo
Castelli che abbiamo conosciuto in Terre rosse ed Impasto
perfetto… si può dire che si conclude una trilogia o ci
saranno altre avventure per il nostro giornalista-detective?
Entrambe
le cose. Si conclude una trilogia, ma sono sicuro che ci saranno
altre avventure di Carlo Castelli, ormai mi sono affezionato al
personaggio. Non so dire come e quando, se le nuove avventure
saranno un sequel o
chissà forse un prequel,
ma ci saranno. Ora però sto lavorando a un altro progetto, con
altri personaggi e altre storie.
Com’è
nata la tua passione per il giallo? E’ una scelta meditata o si
dovrebbe piuttosto dire che il giallo ha scelto te?
La passione per il giallo c’è
sempre stata. Diciamo che è esplosa all’università quando ho
frequentato un corso sulla scuola hard boiled americana con Guido
Fink. Oltre ai libri c’erano i grandi film noir anni 40, Il
falcone Maltese e Il grande Sonno di Howard Hawks, Mildred Pierce
e tanti altri. Da allora ho sempre letto gialli e apprezzato il
cinema di genere. E poi in quegli anni uscì anche il Nome della
Rosa di Umberto Eco, che forse non c’entra niente con i noir di
oggi, ma che diede autorevolezza e dignità a un genere
ingiustamente considerato di serie B.
Per
quanto riguarda scrivere i gialli, è stata una scelta di
reazione. All’inizio la mia "necessità di scrittura" si era
concentrata troppo su se stessa e guardava troppo all’interno.
Il giallo invece obbliga a raccontare una storia, quindi a
guardare fuori, a concludere facendo tornare tutto, quindi è un
esercizio salutare per un aspirante scrittore. E poi scrivere
gialli è divertente. Impasto Perfetto racconta un mondo che
conoscevo bene per motivi professionali e mi sono divertito a
raccontarlo. Ci ho preso gusto e sono venute le altre storie.
Lavori
nel campo della comunicazione pubblicitaria, nei tuoi romanzi c’è
una costante attenzione agli oggetti e in particolare alle
eccellenze del nostro territorio: la ceramica, la Ferrari e infine
l’aceto balsamico.
Qual è il tuo rapporto con gli oggetti?
Come
tutti ne sono schiavo, vittima e carnefice di me stesso. Se gli
oggetti riflettono un mondo, come quelli che hai citato, allora mi
piacciono perché dentro ci vedo il lavoro di chi li ha pensati,
progettati, costruiti, amati, ci vedo la fatica, le ansie le
gioie, le soddisfazioni. Possedere un oggetto amato ti trasmette
una sensazione di valore, non di consumo. Per esempio, se guardo
una bella casa, mi viene da pensare non solo all’architetto che
l’ha progettata, ma ai muratori che l’hanno costruita, ai
fabbri, ai falegnami, e la casa mi piace di più. Marguerite
Yourcenar ha scritto belle cose su questo tema. Ma l’oggetto
fine a se stesso mi spaventa. Conosco gente che quando si incontra
si racconta cosa ha comprato: la proiezione dell’individualità
negli oggetti è una brutta malattia della nostra società, una
malattia mortale. Allora preferisco i monaci zen, la libertà
dalle cose, che però ha un prezzo altissimo, forse insostenibile.
La
professione che eserciti ogni giorno influenza la tua scrittura?
No,
assolutamente. C’è una differenza abissale. Nel mio lavoro di
pubblicitario scrivo il meglio possibile per un obiettivo
economico, mio e del cliente. Ho limiti precisi, una tecnica
particolare, pubblici target. Quando invece scrivo un libro,
scrivo il meglio possibile ma gratis, ubbidendo solo alle
regole della storia, che sono ferree e rigorosissime. E’ molto,
ma molto più faticoso e difficile scrivere libri. Scrivere gratis
non significa che uno scrittore non deve guadagnarsi da vivere con
il suo mestiere, anzi, ma che non deve avere altri condizionamenti
che quelli della scrittura. Hemingway diceva di scrivere gratis,
ma una volta finita la storia la vendeva al prezzo più alto
possibile.
Un
grande scrittore è sempre prima di tutto un buon lettore: cosa
legge Roberto Valentini?
Uno
scrittore legge tutto, dalla Divina Commedia all’etichetta dello
shampoo. Ti elenco alcuni autori che ora mi piacciono, dieci anni
fa me ne piacevano altri. I libri ci accompagnano e ci riflettono
e cambiano con noi. Per limitarci alla narrativa giallo noir, comincerei
dai padri fondatori, che sono sempre da rileggere: i miei numi
tutelari Hammett e Chandler, l’immenso Simenon e il grande
Montalbàn. Poi tra gli anglosassoni mi piacciono Jim Thompson,
Joe Landsdale, Elmore Leonard, Derek Raymond. Gli italiani sono
imprescindibili e bravissimi: Marcello Fois, Carlo Lucarelli,
Massimo Carlotto hanno reinventato la narrativa italiana. Con loro
Giancarlo De Cataldo, Gianrico Carofiglio, Santo Piazzese e
naturalmente Andrea Camilleri. E ne escono sempre di nuovi molto
bravi, penso a Giampaolo Simi e Maurizio Matrone.
Riguardo al tuo prossimo libro cosa ci puoi anticipare?
Sarà
una storia in fuga, alla Bonnie e Clyde.
Non una parola di più: Roberto Valentini si congeda così,
lasciandoci con la curiosità...
Paola Gemelli
Intervista a cura di Paola Gemelli 29.3.2005
© 2004-2010
Paola Gemelli. Tutti i diritti riservati
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