Periodico telematico di informazione culturale sulla città di Sassuolo

Le donne vengono da Venere: collettiva in PaggeriArte

21/02/2010    “Le donne vengono da venere": inaugura sabato 27 febbraio presso la storica sede della PaggeriArte in piazzale della Rosa a Sassuolo una collettiva d'arte al femminile a cura dei Magazzini Criminali che crea momenti di incontro e scontro delle varie forme espressive e mostra il pianeta donna, la città delle donne, un mistero con molte ombre e tanta luce.
Due i temi attorno a cui ruotano le opere in mostra. Il primo, sintetizzabile nella dicotomia natura/cultura, è rappresentato da Laura Serri, Antonella de Nisco, Silvia Anselmi e Myriam Molinari. Spiega a proposito la curatrice Luiza Samanda Turrini: "Una delle cifre stilistiche di Laura Serri è l’economia dei suoi elementi espressivi. Per sottolineare il contrasto che si crea fra le componenti della sua opera.  Da una parte tappezzerie pastellate, perimetri interni e protetti, nidi pieni di bambagia a fiorami color confetto. Di quest’universo comodo e stanziale fanno parte anche le sedie, di varie fogge e formati (...). Ed infine, i cervi. Aggraziati come ballerine sulle punte, leggeri, veloci. Con colli lunghi, occhi con pupille a mandorla, spalle potenti e zampine sottili. I cervi si spostano in branchi, e sono agli antipodi di quella stanzialità rappresentata da sedie e carte da parati. Prede di carnivori e cacciatori, questi animali sono stati fra i primissimi soggetti rappresentati dall’uomo, sulle volte delle caverne nel periodo Magdaleniano. Nelle ere in cui l’uomo si spostava in continuazione, inseguendo i grandi branchi di mammiferi. (...) Laura Serri rappresenta i cervi cogliendoli in un’ampia molteplicità di atteggiamenti. Cerbiatti dal mantello mimetico, giovani cervi che cambiano le corna, maschi che barriscono nella stagione degli amori, femmine al galoppo, madri che allattano. Se gli animali riprodotti nell’arte sono quasi sempre figura degli esseri umani, Laura Serri descrive l’utopia di un’umanità pura, leggiadra, che si contrappone all’ethos della forza e dell’aggressione.
Antonella de Nisco utilizza un linguaggio primitivo, intrecciando fronde ramificate come corna di animale ad orditi di fibre grezze che sembrano canestri intrecciati. Pano-rami : che cosa sono questi oggetti misteriosi? Trappole per uccelli? Strumenti musicali azionati dal vento? Segnali per orientarsi nel bosco? Forse i Pano-rami sono degli strumenti rituali, e quindi non hanno alcuna utilità pratica. De Nisco si rifà a codici espressivi perduti nel corso dei millenni. All’epoca in cui l’uomo si emancipò dalla realizzazione di oggetti funzionali, per creare oggetti inutili, ma saturi di significato. Gli oggetti magici, da usare nei riti, da cui poi è nata l’arte. Nelle installazioni ambientali di Antonella de Nisco sembra che la mano dell’uomo venga aiutata da quella della natura, per creare selve incantate, case fatte d’erba e ragnatele intrecciate di colori. Land Art con la partecipazione straordinaria della Grande Madre.
Anche Silvia Anselmi si avvale della complicità degli elementi per completare le sue sculture di fil di ferro, esponendole in esterno finché gli agenti atmosferici non le fanno ossidare. Alberi in filo metallico, dal crogiolo che fonde insieme scultura e grafica. Forti come il ferro, delicati e tremanti come un segno di matita. Gli alberi di Anselmi sono ridotti all’essenziale, e danno l’idea del movimento, della crescita costante.
Myriam Molinari rappresenta un campionario di creature morbide e gommose. Creature degli abissi. Il mare, nella sua vastità, può essere accostato alla mente. Gli esseri fantastici di Molinari scaturiscono dalle profondità dell’inconscio. Dalla mente colta nel sonno, nell’atto di montare, accostare, scomporre fra loro delle creature inesistenti: pesci fatti di gelatina, meduse semitrasparenti, piume di struzzo o sacche d’inchiostro di seppie e calamari. Molinari mette in scena fiabe strane ed inquietanti, sogni, resoconti di viaggio dell’Alto Medio Evo, diari di bordo di un sottomarino a ventimila leghe sotto i mari. Per raccontarci di un mondo fatto d’acqua, etereo e fluttuante.
"
Ruotano invece attorno al tema del corpo le opere degli altri artisti in mostra: Sunghe-Oh, Lorenza Franzoni, Stella (Stefania Gagliano). "Sunghe-Oh" spiega ancora la curatrice, "rappresenta il corpo politico, trovatosi al centro di dinamiche di potere. Il corpo della vittima non è necessariamente femminile, infatti viene connotato dall’artista in maniera androgina, per dimostrare la sua universalità. La condizione di prigionia viene suggerita dalla rimozione degli arti: le gambe non possono essere usate per spostarsi, le braccia sono inutili ai fini di un libero operare. È un corpo ridotto a recipiente chiuso e diviso in due. Un vaso che diventa cella, coronata di filo spinato, chiusa da sbarre, cinta di catene. Questi tre busti dolorosi sono statici come mummie, perché il prigioniero è fermo, in uno stato di morte civile. L’installazione è circondata da cocci di ceramica grezza, color mattone, che rappresentano il corpo e la mente frantumati dalla violenza della segregazione.
Lorenza Franzoni invece cavalca l’onda dell’identità femminile, giocando con tutti i suoi elementi di instabilità e mutamento. Le sue tecniche per eccellenza sono due. L’assemblaggio di oggetti, soprattutto pezzi assolutamente folli di lingerie, e il collage, usato per viaggiare nel tempo. Franzoni si trasforma di volta in volta in musa surrealista, con mutande a testa di struzzo e reggiseno ad acquasantiera, turista di fine Ottocento con camera con vista, arredo vivente della propria wunderkammer. Il pezzo in mostra, Live Collage, unisce una performatività coinvolgente da teatro di strada con la tecnica menzionata, fotografando volti di persone incontrate per caso, e riassemblandoli in immagini polimorfe. Nel segno, ancora una volta, di un’identità mutante.
Stella (Stefania Gagliano) lavora sul rapporto fra corpo, cibo, e sesso. Una schiena scolpita dalle ossa che si affianca ad una tazzina di caffè priva di contenuto. Un corpo magrissimo, senza testa, piegato di fianco ad un frigo socchiuso come una vergine di Norimberga, vuoto o forse svuotato. Un autoritratto squisito: castamente vestito di tutto punto, la testa coperta (come quella di un condannato al patibolo, o di un cadavere), le mani giunte al petto, e coltello e forchetta ai lati dei fianchi, come dire ai lati del piatto da divorare. Un corpo nudo e acefalo viene accostato ad una mannaia. Infine arriva la logica conclusione, nell’Autoritratto in quarti di bue: Fra le zampe dell’animale, aperte con quell’oscenità che riesce solo alla morte, emergono i denti di un teschio. Per quanto stella abbia realizzato un ciclo pittorico sui santi, in questa collettiva rappresenta il corpo nel suo aspetto carnale e profano.
"
Un corpo divino è invece quello rappresentato da Leo Bellei, che propone una serie di icone: "Dive marginali, di nicchia, dimenticate dai più. Proprio in queste sante minori convivono nettamente i due aspetti del divino e dell’umano. Da una parte l’incanto, la genialità, la bellezza che mozza il fiato, la forza. Dall’altra la rottura, la sofferenza, la caduta." Sfilano così sotto i nostri occhi "il caschetto morboso di Louise Brooks",  Anna May Wong che fu la prima star cino-americana, la scrittrice erotica Anaïs Nin, Sandra Dee, la star dei teen film degli anni Cinquanta, Alida Valli, Silvana Mangano, Marianne Faithfull,  Jean Seberg, Mary Quant, la stilista che fece cominciare gli anni Sessanta,  Penelope Tree,  Edie Sedgwick,  Paloma Picasso, Peggy Guggenheim, Nina Simone.
"Nel mare magnum degli eredi della Pop Art  e della loro attitudine alla riproduzione di volti famosi" conclude Luiza Samanda Turrini, "Leo Bellei è una mosca bianca. Proprio perché, piuttosto che sulla celebrità schietta, Bellei preferisce lavorare sullo slash che divide fama ed oblio, connettendosi in questo modo alla riflessione su uno dei grandi moventi dell’arte, la preservazione della memoria. Ognuna delle donne rappresentate è fortemente emblematica. Ripercorrendo le loro vite, riusciamo ad intravedere un’immagine a mosaico, che va a comporre il fantasma della donna del Novecento. Bellezza, intelligenza, ambizione, edonismo, disturbi alimentari, autodistruzione, autodeterminazione, sessualità, maternità, cultura, talento. Bellei rappresenta la luce e il buio che si mischiano insieme, sullo schermo, a tutte le feste di domani, e nei giorni non festivi. Fra le mani dell’artefice, sulla tela, e dentro chi la guarda."
La mostra, la cui inaugurazione è prevista per le ore 18, sarà poi visitabile il sabato dalle 16.00 alle 19.00 e la domenica dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 16.00 alle19.00 fino al 21 marzo 2010. Per appuntamento: 392 4811485 - info: magazzinicriminali@libero.it

Paola Gemelli







 





 










 


 


 






 

 

[stampa la pagina]


 


Aut. Tribunale di Modena n. 1721 del 21.10.2004 - Direttore Responsabile: Paola Gemelli - © 2004-2009 Paola Gemelli
 Tutti i diritti riservati. Copiare è disonesto ed è un reato. Se volete riprodurre qualcosa da questo sito scrivetemi