Appuntamenti e cultura a
Sassuolo
La
Maddalena penitente del Triquieti
torna al Palazzo Ducale di Sassuolo
29.7.2005 Il turbinoso vento francese che al grido di liberté,
égalité, fraternité aveva imperversato
sull’ormai fragile Ancien Regime spazzandolo via
d’un colpo, seppure divenuto meno impetuoso e sanguinario,
non aveva tardato a percorrere velocemente, sullo scorcio del
Settecento, anche i diversi Stati della penisola italiana,
scompigliandone la secolare geografia, alterandone equilibri
consolidati, demanializzando proprietà ecclesiastiche e
signorili. Come è noto, infatti, è a seguito degli eventi
del 1796 che il Palazzo Ducale di Sassuolo,
"Delizia" dei duchi d'Este, fu dichiarato "bene
demaniale" e venduto in un’asta pubblica. Dopo alcuni
rapidissimi passaggi di proprietà, nel 1798 la sontuosa
residenza passò al conte francese Frédéric-Guillame d’Amarzit
de Sahuguet d’Espagnac, al seguito delle armate napoleoniche
e in cerca di ottimi affari sull’onda della
destabilizzazione internazionale. Fu Amable-Charles d’Espagnac,
succedutogli, a raccogliere all’interno del palazzo
sassolese una cospicua collezione di opere d’arte, in gran
parte dispersa sul mercato antiquario parigino attorno alla
metà dell’Ottocento, tra cui figurava anche la Maddalena
penitente, opera del 1840 dello scultore francese
Henry-Joseph-François de Triqueti (1804-1874), tra i
protagonisti dell’arte accademica durante la monarchia
borghese di Luigi Filippo e l’impero di Napoleone III, che nei
giorni scorsi è stata riportata nel Palazzo Ducale di
Sassuolo.
La statua di marmo, esposta alla mostra vignolese Sculture
a Corte del 1996, era custodita nei depositi della
Galleria Estense di Modena, ma fino al giugno scorso si era
persa memoria di come vi fosse giunta. È grazie ad un
documento archivistico rinvenuto dal conte Henri de Cadolle,
discendente dei d’Espagnac, che si è recentemente venuti a
conoscenza dell’appartenenza dell’opera alla prestigiosa
collezione e della sua donazione, nel 1917, all’allora Regia
Galleria Estense da parte della contessa Catherine De Torcy,
vedova di Charles Fournier d’Espagnac. Quest’ultimo,
infatti, era stato adottato dallo zio Charles-Honoré, ultimo
dei d’Espagnac, che nel 1882 aveva ceduto il Palazzo Ducale
di Sassuolo alla famiglia dei Finzi Levi, per trasferirsi nel
non lontano palazzo già "della Spelta", ristrutturato in
forme tardo ottocentesche, poi demolito negli anni Sessanta
del Novecento per far spazio all’attuale sede della Banca
Popolare dell’Emilia Romagna.
Come osservato da Graziella
Martinelli Braglia, lo spunto tematico di quest’opera, a
grandezza naturale, pare riferibile ai due esemplari di Maddalena
penitente che Antonio Canova realizzò nel 1796 (Genova,
Palazzo Bianco; e S. Pietroburgo, Ermitage), su cui paiono
innestarsi le suggestioni della Venere accosciata, statua classica già presso il Portico di Ottavia
a Roma, di cui sono note le versioni conservate agli Uffizi e
al Louvre. Una velata mondanità, intrisa di valori
estetizzanti, poi, pare emergere dall’esuberanza delle forme
e dai virtuosismi tecnici, d’ascendenza barocca. E proprio
questa immagine della Maddalena, penitenziale e profana al
tempo stesso, quasi preludio al sensuale e patetico estetismo
della seconda metà dell’Ottocento, appare quanto mai in
sintonia con la poetica dell’effimero e della caducità
della vita che nel Barocco aveva trovato le sue più alte
espressioni.
Grazie alla sensibilità della soprintendente
Maria Grazia Bernardini, che ne ha predisposto il
trasferimento al piano rialzato dell’edificio, accanto alla
biglietteria, la statua scolpita dal barone Triqueti ritorna,
dunque, nell’antica sede sassolese, raffinata cornice in cui
la volle un collezionismo di grande elezione estetica.
Luca Silingardi
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