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informazione culturale

Short is better

22/10/2008  Si sta svolgendo in questi giorni la sedicesima edizione del Festival Internazionale del Cortometraggio Yasujiro Ozu. Se volessimo tracciare delle direttive tematiche rispetto ai film in concorso, spicca innanzitutto il potere poietico della fantasia, quello di alterare e migliorare il mondo, che si connette soprattutto allo sguardo dell’infanzia. Mofetas (I. Inciso), è la storia di due “puzzole”, cioè, nel gergo delle guardie di frontiera, bambini marocchini che tentano di passare il confine con la Spagna nascondendosi sotto ai camion. Il più piccolo e tremendo dei due si vede giunto a destinazione, alla guida di macchine spaziali, con pupe alla moda di fianco, oppure sulla copertina di mensili sportivi come calciatore milionario. L’altro, che si reputa più realistico, si immagina invece applaudito a scuola dopo una buona interrogazione.
La Martìnez con La Tuerca confeziona un prodotto visivamente molto raffinato, che fa eco al successo de Il Labirinto del fauno mostrando una bambina visionaria alle prese con un’adulta che sembra la Signorina Rottermeier.
Made in Japan (Altabàs) racconta di un ragazzo che orchestra balle supersoniche per mentire alla fidanzata. Molto bello e poetico Las Mofas Màgicas (Rebner), in cui il piccolo Pablito, indossando i suoi occhiali stregati, riesce a trasformare una lezione noiosa in una puntata dello Zecchino d’Oro e un brutale litigio dei genitori in uno straziante tango. Su questioni di genere si orientano invece La ginecologa (Camarero), basato sul gusto dell’assurdo, La giornata di Eva (Salgado), diario psicotico di una ragazza sola, ossessionata dal proprio aspetto fisico e dagli sguardi degli altri, e Asade (Balboni) su una studentessa iraniana a Bologna combattuta fra il dovere familiare, la bellezza ipnotica del cinema delle origini, e la ricerca di qualcuno che la sappia riconoscere con o senza velo. Produzione notevole quella di Endsieg (Castelli & Casparis) corto di guerra dalla splendida fotografia, in cui il montaggio scompagina in continuazione le categorie di bene e male. Produzione minima invece per il fotonico Rockman (la Rocca), creatura ibrida con didascalie su fondo nero stile cinema muto, musiche tarantiniane e personaggi a metà strada fra Ciprì e Maresco, Ed Wood, e l’ondata horror degli anni Cinquanta. Abbiamo due contadini burini, un gruppo di rockabilly scioperati e rissosi, una mummia in un baule, e un supereroe con la panza, i calzini luridi e bucati e la mantella in lamè, tutti rigorosamente con gli occhiali da sole. La palma per i gradimenti del pubblico va sicuramente a Qualcosa di mai visto (Smeriglia), esilarante cartone animato su un’invasione spaziale in cui i marziani hanno, al posto della faccia, dei deretani, e comunicano fra di loro a suon di peti. Il loro linguaggio è molto espressivo e terribilmente aderente al significato attribuitovi dai sottotitoli. Le scene più epiche riguardano le apparizioni del re, dalla “faccia” flaccida e leggermente chiazzata di marrone, forse per rimarcarne la senile autorevolezza.
Corto è meglio, ammicca la locandina con Frankenstein, Yoda ed Arnold, ideata dal geniaccio locale del trash Dagoberto Brasile.
Non è la lunghezza che conta, ma lo stile, ci sentiamo di rispondere.
Martedì 28 ottobre le premiazioni, al Cinema San Francesco.

Luiza Samanda Turrini
 







 

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