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La morte nell'arte contemporanea

22/11/2008  L’undici novembre, presso la PaggeriArte, si è tenuta una conferenza sul tema della raffigurazione della morte nell’arte contemporanea, come evento conclusivo delle iniziative dedicate alla riscoperta del  Cimitero Monumentale di San Prospero. Luca Panaro, il relatore, ha spiegato come nell’odierna società delle immagini la morte sia considerata molto più oscena del sesso, e che la sua riproduzione sia in realtà un tabù. Questo divieto simbolico nasce nella nostra cultura protetta e democratica, in cui vita e morte sono nettamente separate. Era sconosciuto alla civiltà medievale e rinascimentale, in cui le morti più efferate e cruente costituivano uno spettacolo in diretta sui patiboli pubblici, e in cui i soggetti privilegiati della figurazione artistica erano crocifissioni, deposizioni, e cronache di martirio. Durante il Rinascimento nobili col gusto dell’orrido e scienziati come Leonardo da Vinci potevano assistere dietro compenso alle notomie, vere e proprie vivisezioni di condannati a morte annebbiati dall’oppio. Pertanto la raffigurazione della morte non costituiva motivo di clamore. Ora le cose sono radicalmente cambiate. Poichè le interdizioni sociali costituiscono da sempre terreno fertile per la sperimentazione artistica, molti autori del Novecento si sono cimentati con questo tema, spesso mediandolo con tecniche che tendono alla mimesi totale, come la fotografia e il video. Le reazioni alle loro opere si comprendono fra la curiosità, lo sdegno, lo shock, lo scandalo.
L’apripista è stato il fotografo Wee Gee
, che negli anni Quaranta ha realizzato una serie di fotografie che sembrano rubate al reparto omicidi della polizia, e che in effetti in certo senso lo sono. Collegato abusivamente con la radio del New York Police Department, Wee Gee spesso riusciva a giungere sulle scene dei crimini prima degli agenti stessi, per scattare foto che non lasciavano nulla all’immaginazione, molto forti proprio in virtù della natura del medium fotografico, che presuppone l’esistenza sul piano della realtà di ciò che rappresenta (a differenza della pittura).
Andy Warhol
, che ha indicato la morte come ingrediente essenziale della sua poetica, ha prodotto serigrafie con vittime di incidenti stradali, sedie elettriche, dive sul viale del tramonto, vedove di presidenti uccisi. Warhol pone la morte esattamente sullo stesso piano delle celebrità e dei prodotti di consumo, mostra la sua massificazione e la sua paradossale ripetibilità.
Richard Richter
nei primi anni Sessanta realizza un’opera denominata Atlas (Atlante), prelevando immagini preesistenti sull’Olocausto e trattando la morte con la stessa metodologia del ready-made duchampiano.
La meccanica del prelievo è utilizzata anche da Christian Boltanski (nella foto a lato), che fa della morte il tema centrale della sua produzione. L’artista francese recupera foto d’archivio, da memoriali e monumenti per i caduti, correlandole a piccole scatole metalliche, che sostituiscono simbolicamente l’ossario, l’urna, il contenitore per i resti del corpo, mentre la fotografia rievoca lo spettro di chi non c’è più. Il suo lavoro è molto sofisticato e suggestivo, soprattutto quando presuppone un posizionamento nell’ambiente con l’apporto della luce. Boltanski ha realizzato installazioni sul tema della memoria al Teatro Valli e alla Chiesa San Carlo di Reggio Emilia, e a Bologna, sulla strage di Ustica.
Hermann Nitsch
, con l’itinerario iniziatico del Teatro delle Orge e dei Misteri, tenutosi per sette giorni nel suo castello di Prinzerdorf, ha inscenato riti sacrificali in cui mucche e maiali sono stati uccisi e macellati in sostituzione di vittime umane. I suoi performer, bendati come chi viene sottoposto a tortura, arrivavano nella corte al suono di campane a cappella, ricoperti dalle viscere degli animali, ingozzati col loro sangue e issati in postura di crocifissione di fronte agli animali squartati.
Joel Peter Witkin
realizza fotografie sporche e graffiate come dagherrotipi ottocenteschi, con composizioni classiche che ricordano l’arte barocca, i cui soggetti però sono nani, transessuali, donne barbute, persone con vistose modifiche corporali, scheletri di scimmie e struzzi, nonché cadaveri con lo squarcio autoptico a T sul torace, oppure teste maschili mummificate, nell’atto di baciarsi. Witkin pertanto non rappresenta la morte simulandola, ma la pone davanti all’obiettivo in tutta la sua evidenza.
Gino De Domicis
con la sua Calamita Cosmica, recentemente esposta a Palazzo Reale a Milano, realizza un’opera più ironica e leggera, un enorme scheletro con una bacchetta in mano e il teschio dalla fisionomia aliena, ovvero con un naso a punta come Pinocchio.
Robert Mappelthorpe
, pochi mesi prima di morire per Aids, realizza un proprio autoritratto fotografico, col volto leggermente sfocato, galleggiante nell’ombra in secondo piano, e una mano enorme, scorporata, che non sembra sua, a fuoco in primo piano, puntellata ad un bastone da passeggio che ha come pomello un teschio.
Araki
, che tutti conoscono per la produzione erotica, ha concepito una monumentale opera d’amore che si è protratta per 19 anni, fotografando quotidianamente la moglie in tutte le possibili situazioni. L’ultima fotografia di questo viaggio mostra un plongeè su una bara piena di gigli, dentro la quale la donna giace come addormentata. Yoko è deceduta di cancro alle ovaie, e nell’ultima parte del diario d’amore, Araki ritrae il decorso della sua malattia, fino alla fine.
Questo tipo di ricerca, sul proprio vissuto e sulla propria storia emotiva, è intrapresa anche dalla fotografa Nan Goldin, che mostra autoritratti impietosi di sé, nel periodo della tossicodipendenza, oppure con il volto tumefatto dai pugni del convivente. Frequentatrice del demi monde delle drag queen e della scena omosessuale di Boston, Londra e New York, Nan Goldin nei suoi scatti ritrae le persone a lei care con uno stile da album di famiglia. L’Hiv colpisce molti suoi amici, e lei li ritrae durante le varie fasi della morbo, anche quelle più estreme.
Oliviero Toscani
propone immagini molto simili per contenuti, ma assai diverse a livello sostanziale. Usando immagini di malati di Aids sul letto di morte per pubblicizzare il marchio Benetton, Toscani si appropria di uno spazio destinato alla moda e al commercio per veicolare un messaggio sociale. In questo modo nella mente dei fruitori la casa di produzione viene fatta coincidere con tematiche di impegno sociale piuttosto che di vendita di vestiti ed incremento di profitti. Toscani passa alla storia della comunicazione. A differenza della Goldin, le immagini riprodotte non sono estrapolate dal suo vissuto, ma dalla cronaca.

Dal vissuto invece attinge Sophie Calle, nell’opera presentata a Venezia nel 2007. L’artista elabora un lutto di sangue, la morte della madre, esponendo un suo ritratto a fianco di un video che la raffigura durante il suo funerale.
Serrano
con la serie The Morgue, fotografa particolari di cadaveri all’obitorio, titolando gli scatti con la causa del decesso e componendo epigrafi fotografiche in cui la morte è rappresentata con crudo realismo, ma per sottrazione, con empatia e dignità statuaria.
La Abramovic, nella performance Balkan Baroque, spazzola ossa insanguinate in memoria delle vittime della pulizia etnica nei Balcani.
Damien Hirst
, giunto alla notorietà nel 1997 con i suoi animali sezionati dentro vasche di formalina, ha realizzato da poco l’opera più costosa della storia, For the love of God, un teschio con ottomila diamanti incastonati. Nel 2006 ha concepito The Virgin Mother (nella immagine a lato), una statua di bronzo collocata a Burlington House su Piccadilly, alta una dozzina di metri, raffigurante una donna nuda incinta. Questa scultura pubblica presenta uno spaccato anatomico, per cui su un lato è perfettamente integra, mentre sull’altro si vedono viscere, nervi, ossa, fasce muscolari e la sacca amniotica contenente il bambino.
Profondamente legato a Hirst è Gunter Von Hagens, scienziato che si è reinventato artista alla luce del successo dell’artista inglese. Von Hagens negli anni Settanta ha brevettato una nuova forma di tassidermia, che consente di conservare perfettamente i corpi trasformando i liquidi in materiale plastico solido. Dopo un prima fase in cui il suo bacino d’utenza erano le università, ora von Hagens organizza veri e propri tour in cui i suoi modelli anatomici si compongono nelle posture di opere d’arte famose. È possibile inoltre avviare una pratica per donare post-mortem il proprio corpo all’artista. Sembra che il numero di adesioni sia sorprendentemente alto, soprattutto fra le celebrità.
 Della scuola inglese degli anni Novanta, spesso i fratelli Chapman hanno rappresentato corpi morti straziati e mutilati, in grandi dimensioni o a scala ridotta, come i modellini dedicati alla ricostruzione dei campi di battaglia dei secoli scorsi.
Maurizio Cattelan
, uno dei quattro artisti italiani più quotati nel mondo, oltre all’ironia usa spesso l’effetto shock insito nella morte: nell’installazione del 2004 in Piazza XXIV Maggio a Milano, con bambini iperreali impiccati ad un albero, in quelle con il presidente Kennedy nella bara e Papa Wojtyla schiacciato da un meteorite, oppure nell’ultimo lavoro, All, con otto corpi bianchi di marmo di Carrara coperti da lenzuoli. Anche il frivolo re del pop surreale
David LaChapelle
si è cimentato con la tematica funebre, in Awakened, esponendo in una sala schermi a parete che riproducevano corpi annegati, fluttuanti nell’azzurro dell’acqua, con un effetto dolby-surround da acquario (nella foto a lato).
E infine Sam Taylor Wood, con la classica natura morta, filmata dal vero fino alla fine del processo di putrefazione.

Luiza Samanda Turrini
 

 

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