Racconti e poesie dal Premio letterario Città di
Sassuolo
24/08/2010
Giovani scrittori modenesi...
Quali sono i loro poli di interesse? E i loro denominatori comuni? Com’è
il loro linguaggio? Di cosa scrivono, questi scrittori in erba, con
l’Emilia Paranoica come fondale?
Racconti e Poesie dell’Editrice Incontri riunisce i finalisti del
premio letterario “Città di Sassuolo”, edizione 2008, e rappresenta un
ottimo compendio per rispondere a queste domande.
Nella sezione poesia abbiamo il vincitore Giovanni Fantasia, che
con il suo Appunto ipovisivo nr.6 gioca sulle assonanze e su quei
suoni ritmici che trovano il loro grande antesignano in Montale. Ottima
economia espressiva per Giosiana Bondi, che inizia col topos
dell’innamorata abbandonata che affoga i suoi dispiaceri nel vino, per
finire con un guizzo ingegnoso, che tira in ballo le tematiche del
doppio e dell’amore/odio di Narciso. Elena Ferramola cerca di
catturare attimi infinitesimali in movimento, estrapolandoli dal ricordo
di un’estate: “Fradici di luce, il sole – ci sfigura in un’immagine”.
Di nuovo la memoria, quella dei luoghi, come tema cardine dei versi di
Anna Maria Felicia Nardo, che raccontano di luce, vento, ombre,
odori, e silenzi. E di volti umani, paragonati ad uno sciame di
elettroni. Elisa Lodi attinge dalle favole e tratteggia una
figura intrepida che cammina scalza in un paesaggio riarso dal gelo : “
(…) non durano verità - ma solo segreti – celati dietro porte- alle
quali continuo a bussare.” Riccardo Bizzarri chiede a
Mefistofele di convertire il suo talento, perché invece che scrittore
vuole diventare pittore, “ma dio, - nella sua onnipotenza,- contro
la tenebra – stanotte ha installato – un neon sporco; - a forma di disco”.
Stefano Serri racconta di come il mondo diventi ospitale e si
modelli intorno a chi ama.
Laura Bossi parla dei segni, di ciò che rimane nel mondo a
testimoniare il passaggio di qualcosa, il letto di un torrente, la
traccia di uno specchio su una carta da parati, e li paragona con le
effimere traiettorie dell’uomo, che per durare devono essere marcate “due
volte con la stilo – di un colore che non tema uragani”. Diego
Fontana si augura che i propri quindici minuti di gloria siano
simili a quelli della chiocciola @, che dopo millenni di oblio è
diventata ubiqua e più famosa dei Beatles. Elisa Pressi si lancia
in rime alternate e metrica, per raccontare la guerra. Vincenzo
Imperato, in bilico fra l’immedesimazione e la beffa, gioca con un
giovincello che fa night-clubbing, e si atteggia con i soldi, la Jaguar
di papà e la cocaina in tasca, ma riesce lo stesso a professarsi
antiborghese.
Piena di allusioni e sottintesi da boudoire è la brevissima Annalisa
di Filippo Leoni.
Nella sezione racconti si parte con la parabola di Diego Fontana,
che trova un altro se stesso nel cassonetto della spazzatura. L’incontro
col doppio non porta alla riunione, ma alla definitiva perdita
dell’identità. La tematica del perturbante, nata alla fine del
Diciannovesimo Secolo, viene ricollocata nella sfera dell’iperlavoro e
della solitudine urbana degli anni Zero.
Elena Montorsi racconta di un patto magico che lega due anziani,
la signora Ilde, che tutte le settimane va a farsi fare la foto per la
lapide, e il fotografo Zeno, che ogni volta gliela fa “sbagliata” per
farla tornare la settimana dopo, prorogando in questo modo la sua morte.
Stefano Serri propone un racconto politico sull’identità di
genere, sulle dinamiche del potere, e sui vari modi che le civiltà umane
hanno di rapportarsi alla morte. Francesco Jonus, dopo
l’esplosione di iper-violenza da reportage di guerra dell’inizio, devia
sul luogo comune dell’incontro con la morte, una morte laconica come il
soldato di un esercito di occupazione. Consigliamo all’autrice de Il
pianto di Euridice di usare con parsimonia le parole sciocco,
ardore, giungere, impeto, abietto, avvincere, albergare, di evitare le
espressioni “ubriachi d’amore”, “capelli castani mossi al vento”, e
frasi come “il vento non sussurrerà più dolci parole al nostro cuore”, o
“occhi vividi di passione” o anche “mentre fuggivo veloce per evitare le
turpi attenzioni di un uomo meschino”. Tutto ciò può essere perfetto per
una versione di greco tradotta dal Pindemonte, ma non funziona in un
racconto scritto da una ventenne nell’anno domini 2008.
Bel milk-shake di piani temporali per Vincenzo Imperato, che
frulla insieme classicità greca, nomenclature scientifiche, e strizzate
d’occhio ai maestri horror del Novecento per raccontare le paranoie, i
mal di pancia e la notte prima degli esami di Alessandro Magno. Ritmico,
ironico, crudele quanto basta. Rischioso invece decidere di dedicare un
racconto ad un pomeriggio di decubito depressivo, e mettere in scena lo
stoltiloquio di un intellettualoide che si atteggia a poeta
esistenzialista, e nel frattempo “giace nel centro della stanza,
monoliticamente”. Il rischio maggiore è la noia, che potrebbe essere
riscattata solo da una massiccia dose di humor, che purtroppo manca nel
racconto di Francesca Pasciolla. Buona l’idea ma un po’ nebuloso
lo sviluppo di Una violenta concezione di Alessandra
Pellegrini De Luca. La focalizzazione interna del feto sarebbe
potuto essere un ottimo motivo per sperimentare col linguaggio. Per
migliorare la ricetta aggiungere sale. Metanarrativa un po’ spezzettata
per Eleonora Migliori, carino il finale. Noemi Casale
propone invece una murder ballad emiliana che mette in scena
bettole alcoliche circondate dalla neve, con dentro una dark lady da
uccidere, omonima di un’attrice alla moda. Per la sezione Microracconti
abbiamo un’atmosfera sognante per Sara Zuccoli : Ho visto che
faccia ha il tempo potrebbe essere ampliato e divenire l’inizio di
una favola alla Michael Ende. Amaro come un sorriso di plastica da
indossare Ogni giorno di Paola Montagnani. Un po’
pretenzioso e superomista Rientro a scuola, di Alessandro
Agati, a cui comunque è concesso tutto il tempo per imparare che la
prima virtù del vero guerriero è l’umiltà. Nella sezione Racconti
Migranti lo sguardo e le parole di Ayidmah Alatrum ci
rivelano realtà ignorate, in cui ragazzine in età scolare vengono
costrette a sposarsi con uomini dell’età del padre. Two wrongs never
make one right racconta un doloroso rito di passaggio, un rito
coatto, invertito, che dovrebbe essere l’ammissione a scuola e invece si
trasforma, per volontà maschile, in un matrimonio imposto e organizzato
di nascosto dalla sposa. La sposa dalla disperazione perde cinque chili
in due giorni, e convola a nozze con la testa rasata. Un ritmo serrato,
un linguaggio senza fronzoli, e una narrazione piena di accadimenti
raccontano della stessa logica patriarcale che ha dettato legge nella
nostra civiltà fino al dopoguerra. Assieme ad Azzurro e Rosa,
Alex e Doppia, Two wrongs never make one right è sicuramente
la prova migliore della raccolta.
Luiza Samanda Turrini
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