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Noi... quelli del Collegio di Braida

Noi... quelli del Collegio di Braida - copertina6.3.2005 C'è chi come me il Collegio di Braida non l'ha mai visto, e fa persino fatica ad immaginarselo, con la sua lunga provana di pioppi dove ora transitano veloci le automobili della Circonvallazione, tra due supermercati e il villaggio artigiano. Eppure erano tanti quelli che, prendendo con me il trenino per andare a scuola a Modena, si chiedevano come mai una piccola strada vicino alla stazione di Quattroponti portasse il nome di "Via del Collegio Vecchio", quando lì attorno non c'era traccia di alcun collegio. Ecco, di quel grandioso edificio dalle eleganti linee neoclassiche, che più tardi nel tempo avrei avuto modo di conoscere dalle foto e dalle cartoline antiche sui libri, non rimane che il nome su un cartello stradale: "Via del Collegio Vecchio". Chi l'ha conosciuto davvero, come "quelli del collegio", che hanno trascorso parte della loro vita al suo interno, difficilmente avrebbero immaginato che un così imponente edificio, che aveva un prospetto di ben 83 metri, sarebbe stato cancellato, e che la città vi avrebbe ridisegnato velocemente sopra un nuovo quartiere. 

E' grazie al prezioso impegno di Vincenzo Vandelli, coautore di un volume sul Collegio S. Carlo di Modena nel 1991 e ora impegnato nella redazione di un intervento monografico in corso di stampa, che i sassolesi conoscono meglio la storia di quel "magnifico luogo per villeggiatura" che era il Collegio di Braida. Prima di essere sequestrato dalle truppe tedesche, tra il 1943 e il 1945, e di essere utilizzato poi come alloggio delle numerose famiglie sassolesi che hanno realizzato questo libro, il monumentale edificio era stato la residenza estiva del Collegio dei Nobili S. Carlo di Modena.
Frutto di un importante intervento di ampliamento su un precedente edificio settecentesco, già appartenuto all'avvocato Francesco Maria Torelli di Bergamo, il Collegio di Braida era stato progettato dall'architetto Luigi Pagliani (1761-1845): allievo di Giuseppe Maria Soli presso l'Accademia Atestina di Belle Arti, docente presso lo stesso Collegio S. Carlo e figura di spicco della scena artistica della Restaurazione modenese, cui si deve anche l'elegante Sala Ovale o delle Colonne nel Palazzo Ducale di Modena. Il nuovo complesso, iniziato nel 1835 e terminato nel 1837, sostituiva la precedente sede collegiale estiva di Sorbara, gravemente danneggiata da una serie di rovinose piene del fiume Panaro, ed era caratterizzato da un corpo centrale avanzato, coronato da un timpano, secondo una tipologia neoclassica che trova altri esempi coevi in numerose residenze della campagna modenese, accomunate da ristrutturazioni à la page che miravano a conservare quanto più possibile del preesistente; come nella settecentesca villa Giacobazzi a Sassuolo o nella cinquecentesca villa Messerotti Benvenuti a Modena.
La rinnovata sede estiva del Collegio S. Carlo era stata descritta così da Claudio Formìggini: "… nel piano nobile v’è una spaziosa sala fregiata da quattro colonne, circondata nella parte superiore da una galleria che dà adito a parecchie stanze ed a camerate. Due ali maggiori vi si stendono ai fianchi, ciascuna delle quali è divisa per mezzo internamente da tre belli e vasti loggiati, uno per piano, che mettono nelle stanze volte al mezzogiorno ed a settentrione, illuminati da grandi balconi aperti alle estremità. Ciascun convittore ha camera propria dove dorme e studia, ampia e munita di grandi finestre in guisa da lasciar godere abbondantissima la luce e salubrissima ventilazione. Altre due ali minori si stendono a settentrione, le quali sono più basse del corpo davanti, ed evvi in una la cappella, nell'altra il refettorio e la cucina. Al di sopra di questa eravi una piccola saletta che serviva da teatro…".
La sopraelevazione delle maniche rivolte a nord e la costruzione della grande scala a tenaglia del fronte meridionale, che compare spesso come sfondo nelle foto riprodotte in questo volume, furono progettate invece negli anni Cinquanta dell'Ottocento dall'ingegnere Cesare Costa, progettista ambito dall'aristocrazia modenese, di cui si ricorda l'impiego da parte della contessa Teresa Bertolini Cataldi Boschetti per la sua villa Buonafonte, o "delle cento finestre", a Collegara di Modena; ma anche più volte al servizio ducale, come nel caso della costruzione del Palazzo del Caffè, odierna sede della Provincia di Modena. Poche altre modifiche furono successivamente apportate al complesso: la realizzazione della piscina per la scuola di nuoto dei convittori, progettata nel 1880 dall'ingegnere Giovanni Messori Roncaglia, attivo a Fiorano nella ristrutturazione di villa Vigarani Guastalla e nel completamento della facciata avanzianiana del Santuario; e la cancellata da porre all'ingresso del viale di pioppi verso Sassuolo, lungo circa un chilometro, disegnata da Giovanni Manzini (1820-1896), decoratore appartenente alla nota famiglia di pittori modenesi, docente di ornato all'Accademia di Modena e allo stesso Collegio S. Carlo.

Utilizzato per più di un secolo come luogo di formazione e di svago per l'élite modenese, dopo il secondo conflitto bellico il complesso divenne la "casa" di tanti sassolesi che la guerra aveva lasciato senza un tetto: un grande condominio popolare in cui si affrontavano allegramente le piccole difficoltà del vivere quotidiano, in cui si sono stretti legami duraturi, veri e propri nodi d'affetto che nemmeno il trascorrere del tempo, l'improvviso incendio e la successiva inaccettabile demolizione e lottizzazione della proprietà hanno saputo sciogliere. E questo libro ne è il segno più vivo.

Luca Silingardi

 

Noi... quelli del Collegio di Braida, Incontri editrice, 2005

 

[pagina realizzata in collaborazione con Libreria Incontri]

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