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Scoprire Sassuolo: cenni storici
Le scoperte archeologiche di Montegibbio
Archeologia a Montegibbio
Le prime ricerche di carattere archeologico nella zona di
Montegibbio si devono alla dottoressa Francesca Guandalini,
che nel 2006 condusse una ricerca nella zona per una tesi di
dottorato in Archeologia presso l'Università di Bologna. Tale
prime ricerca verteva sull’individuazione nel territorio
collinare modenese di resti archeologici, in particolare nelle
zone interessate dal fenomeno delle salse (vulcanetti di
fango, che grazie alla fuoriuscita di gas metano, eruttano, in
modo discontinuo, acqua salata e fango). L’intento della ricerca
era di comprendere quali fossero le dinamiche insediative
antiche riscontrabili vicino ai campi di salse, la cui
produzione di fango salato rappresentava una risorsa alimentare
e medicinale importante per il mondo antico.
Proprio nei recessi della terra di Montegibbio, in località il
Poggio, alcune centinaia di metri a sud della salsa di
Montegibbio, era custodita una risposta agli interrogativi
archeologici menzionati.
Da anni, in alcuni campi del Poggio, in seguito alle
arature emergevano "cocci antichi", la cui presenza aveva
fatto ipotizzare agli abitanti del borgo l’esistenza di
un’abitazione alquanto antica. Tra gli osservatori più attenti e
appassionati alle vicende di Montegibbio, si è subito distinta,
per passione ed entusiasmo, la famiglia Ottani che con
le proprie ricerche ha contribuito a svelarne i segreti.
Grazie a queste indicazioni e allo studio del materiale
archeologico raccolto e consegnato alla Soprintendenza per i
Beni Archeologici dell’Emilia-Romagna è nata l’esigenza di
approfondire la conoscenza di questo sito. Ciò è stato possibile
con l’apertura di due saggi di scavo svoltisi nel 2006 e nel
2007, promossi dal Comune di Sassuolo, e condotti da Francesca
Guandalini sotto la direzione scientifica della Soprintendenza,
nelle persone del Soprintendente Dott. Luigi Malnati e
dell’archeologo Dott. Donato Labate. Una quarta campagna
di scavo si è tenuta nel 2009.
Ecco qui il video documentario realizzato da Marcello Bandierini dopo le prime due campagne di scavo:
Le campagne di scavo 2006/2007
Le prime due campagne di scavo hanno fornito
interessantissimi nuovi dati, sebbene ancora preliminari,
sulla Sassuolo e Montegibbio romana. Lo scavo
dell'estate 2006 aveva portato in luce raffinato vasellame
da mensa, intonaci parietali dipinti e frammenti di tubuli
fittili da riferire ad impianti termali o ad installazioni
per il riscaldamento. Quello del 2007, oltre a
significativi resti architettonici e interessanti reperti
ceramici e metallici, ha fornito dati di eccezionale
interesse storico ed archeologico.
Gli studi condotti
hanno goduto, tra l’altro, dell’interessamento di professori
di geologia, mineralogia e paleontologia dell’Università
degli Studi di Modena e Reggio Emilia. Lo scavo è stato
finanziato non solo da sponsor ma da un forte volontariato.
I mezzi meccanici per l’apertura dello scavo sono stati
forniti gratuitamente da alcuni abitanti di Montegibbio, lo
scavo veniva spesso condotto al sabato e alla domenica per
permettere ad alcuni abitanti di Montegibbio appassionati di
archeologia di poter aiutare e partecipare alle operazioni,
sempre sotto il diretto controllo dell’archeologa che
sovrintendeva ai lavori. Inoltre per raccogliere
finanziamenti è stata organizzata una grande cena con una
pesca i cui premi erano oggetti donati da alcuni importanti
negozi di Sassuolo.
La villa urbano rustica di Montegibbio
Nella parte di abitato individuata al Poggio le campagne
di scavo 2006 e 2007 hanno
rilevato quattro fasi insediative succedutesi nel
tempo. Di tali fasi all’interno dello scavo sono state
lasciate come testimonianze tangibili i muri.
La prima fase, quella più antica, nella pianta
altimetrica in azzurro e in verde, è costituita da una
grande stanza (5 m x 5,5 m) con pavimento in opus signinum
delimitato sui quattro lati da muri costruiti in laterizio e
pietre squadrate (circa 50 cm di larghezza). Il muro
orientale conserva ancora la soglia d’ingresso costituita da
un unico blocco in pietra. Questa prima stanza fa parte di
un complesso abitativo molto ampio, presumibilmente databile
al I sec. a.C., riferibile ad una villa romana urbano
rustica.
E' stato ipotizzato che la prima fase sia andata distrutta da una scossa di
terremoto che provocò un evidente collasso del pavimento e
delle strutture murarie che lo delimitano. Osservando la
pianta, infatti, si nota uno sprofondamento subito da questo
ambiente da nord a sud di circa 1 metro.
Su questa prima struttura sono state
costruite quelle successive. In epoca imperiale, dopo
circa due secoli di abbandono delle strutture della prima
fase coperte dal crollo del tetto e colmate da un
consistente deposito colluviale di argilla, vengono
costruiti, presumibilmente nel III secolo d.C., labili e
piccoli muretti in laterizi disposti a taglio (30 cm di
larghezza).
Poco dopo, tra IV-III secolo d.C., viene costruito
un ambiente aperto, forse un portico, chiaramente visibile
dalla presenza di due plinti, cioè basi quadrate in laterizi
usati per sorreggere le colonne, allineati tra loro nord
sud.
Al V-VI secolo d.C. è databile l’ultima fase
insediativa documentata dalle campagne di scavo
2006/2007. E' caratterizzata da muri in ciottoli e da un
grande basamento in laterizi, riferibili ad una struttura
abitativa di tipo rurale. In questo periodo viene chiuso
l’ambiente aperto delimitato dai plinti, i quali però non
vengono distrutti ma sfruttati all’interno dei suddetti
muriccioli.
La fase più antica dell’abitato rinvenuto
nel 2006/2007 al Poggio è riferibile ad un ambiente di una grande villa
urbano rustica presumibilmente edificata nel corso del I
sec. a.C. Per villa urbano rustica si intende
un’abitazione complessa estesa su un’ampia superficie di
terreno (fino a 1 ettaro) costituita sia da ambienti
residenziali, sia da ambienti rustici. In particolare la
documentazione pregressa sulle ville attestate nelle colline
modenesi restituisce evidenze significative sul lusso degli
arredi, e in alcuni casi, sulla presenza di ambienti di tipo
termale.
Nella pars urbana della villa risiedeva il
dominus, cioè il
signore, mentre nella pars rustica i servi che si occupavano
della produzione agricola, dell’allevamento e del buon
funzionamento degli impianti produttivi. Anche in questo
caso, nell’insediamento individuato al Poggio, accanto
alla villa, nello scavo del 2006, sono stati rinvenuti i
resti di una fornace, attiva sul territorio a partire
dal I sec. a.C. L’impianto si occupava non solo
della produzione di laterizi utilizzati per la costruzione
della villa stessa, ma anche di anfore per contenere olio e
vino e di dolia, grossi vasi utili per la conservazione
delle derrate alimentari. Tra i reperti riferibili alla
fornace si segnalano numerosi distanziatori fittili di forma
cilindrica e alcuni frammenti di “orieni” cioè tubuli usati
per costruire le volte non solo delle fornaci ma anche di
edifici pubblici e privati.
L’ambiente della villa individuato durante lo scavo del
2007 è costituito da un bel pavimento in opus signinum (nella foto a lato e sotto).L’opus signinum è un tipo di pavimentazione
costituita da una base formata da calce mescolata a
frammenti di terracotta, decorato da tessere di mosaico
sparse, regolarmente intervallate o disposte a formare un
disegno geometrico, oppure da frammenti di marmi o pietre
bianche o colorate. Il termine opus signinum deriva
dalla città di Segni (Signa), vicino a Roma, dove le fonti
antiche raccontano fosse stato inventato questo tipo di
pavimento.
Il pavimento individuato durante lo scavo è di forma
rettangolare della larghezza di 5 m x 5,5 m di altezza. La
decorazione è molto simile ad un tappeto, infatti è
costituita da una cornice esterna formata da un meandro di
svastiche a giro semplice e quadrati, delineato da una fila
di tessere bianche. Al centro di ogni quadrato è una
rosetta. Questa fascia decorata è delimitata al di sopra da
due linee di tessere, la prima nera, la seconda bianca. La
decorazione interna è costituita
da file ortogonali di
crocette formate da quattro tessere bianche e una tessera
centrale nera, che creano l’effetto di una rosetta.
Pavimenti di questa tipologia rinvenuti nell’ambito della
Regio VIII (l’attuale Emilia) sono datati nel corso del I
sec. a.C.
La stanza individuata faceva indubbiamente parte della
dimora signorile ma l’indagine archeologica, per ora
limitata, non consente di comprendere la funzione di questo
ambiente, poiché la pianta e la struttura dell’intera villa
sono ancora ignote.
L'antico santuario romano
Nel
corso della campagna di scavo del 2009 sarebbe stato poi
ritrovato un santuario romano: la scritta “MINER SUM”
(ovvero: sono dedicato a Minerva), rinvenuta su una coppa in
ceramica durante la quarta campagna di scavo, non è
solo devozionale ma indizierebbe l’esistenza di un vero e
proprio santuario dedicato alla dea, testimoniato, tra
l’altro, da grandi blocchi lapidei squadrati, in parte
riutilizzati per successive costruzioni e ritrovati nella
zona immediatamente a nord del perimetro esterno della villa
ritrovata nel corso degli scavi precedenti.
Una novità non da poco, anche perché tali ritrovamenti
accertano fasi insediative più antiche rispetto a quella
attestata precedentemente che si inquadrava tra la fine
del I sec. a.C. e gli inizi del I sec. d.C. Lo scavo del
2009 ha inoltre ravvivato l’interesse di geologi e
paleosismologi impegnati a comprendere quali eventi
catastrofici abbiano provocato la distruzione di questo
insediamento che ha continuato a vivere fino al V-VI sec.
d.C. Il rinvenimento straordinario di un pozzo a
forma ellittica, databile alla piena epoca imperiale, ha
riaperto la discussione: il manufatto, originariamente di
struttura circolare, fu quasi certamente deformato in ovale
da un profondo movimento della terra, riconducibile forse ad
un terremoto.
Tra
i numerosi reperti rinvenuti nel 2009, si segnalano anche
tre monete (assi) con prua di nave sul verso e Giano
bifronte sul recto, inquadrabili tra la metà del II e gli
inizi del I sec. a.C., e due piattelli in ceramica a vernice
nera databili tra il II e il I sec. a.C. che attestano la
frequentazione del sito in età repubblicana. Le fasi
successive dell’insediamento sono state confermate dal
rinvenimento di varie monete (nummi tardo antichi, assi,
sesterzi di I sec. d.C.) e di pregevole vasellame,
tra cui alcuni piatti in terra sigillata italica e coppette
a pareti sottili.
Per quello che riguarda il ritrovamento che
pare plausibile riferire ad una struttura templare dedicata
a Minerva, va detto che il legame tra il culto di Minerva e
antichi riti e tradizioni salutari è già attestato in zona:
anni fa, nei pressi dei vulcani di fango di Nirano, a poca
distanza da Montegibbio, era stata rinvenuta un’arula votiva
(piccolo altare a forma di parallelepipedo) di epoca
imperiale dedicata alla dea. Ora la probabile esistenza di
una struttura templare dedicata a colei che con
l’appellativo di Minerva Medica proteggeva medicina,
sapienza e dottori, riporta in primo piano le acque salutari
vicine a questo sito (fonti salate, polle di petrolio e
vulcani di fango come Rio del Petrolio o la Salsa di
Montegibbio), aprendo nuove e interessantissime prospettive
di ricerca lungo la fascia collinare della provincia di
Modena. Qui sotto potete vedere il video realizzato nell'agosto 2010.
Plinio il Vecchio, Montegibbio e le "salse"
Plinio il Vecchio, nato nel 23 d.C. a Como e morto a
causa delle esalazioni sulfuree fuoriuscite durante la
famosa eruzione del Vesuvio che distrusse la città di Pompei
nel 79 d.C., fu un grande storico ed enciclopedista romano.
Nel suo testo più famoso, la “Storia Naturale”, Plinio
ricorda un evento portentoso che sconvolse il territorio di
Modena. Nel II libro, al passo 199 Plinio scrive:
"È
avvenuto una volta- come personalmente riscontro nei testi
della dottrina etrusca- un enorme prodigio di terre nella
regione di Modena, sotto il consolato di Lucio Marcio e
Sesto Giulio [91 a.C.]: due montagne, cioè, si scontrarono
con grandissimo fragore, balzando avanti e retrocedendo, e
tra di loro fiamme e fumo salivano al cielo in pieno giorno;
assisteva dalla via Emilia, una gran folla di cavalieri
romani, con il loro seguito, e di viaggiatori. Per il cozzo
furono distrutte tutte le case di quelle campagne, e
moltissime bestie, che si trovavano nel mezzo, rimasero
uccise: si era un anno prima della guerra sociale, che
potrei definire più funesta per questa terra d’Italia anche
rispetto alle guerre civili."
L’evento portentoso, citato da Plinio, viene interpretato
dalla maggior parte degli studiosi, come una descrizione
verosimile di un’eruzione di fango associata a fenomeni
sismici.
Tale eruzione è probabilmente riferibile all’attività della
salsa di Montegibbio, che, in base alla documentazione
storica raccolta, con cadenza regolare continuò a
manifestare la propria potenza fino alla metà del 1800.
Nell’ultima “esplosione” della salsa, documentata nel 1835,
lo studioso Giovanni De’ Brignoli di Brunnhoff così ricorda
una eruzione accompagnata a scosse di terremoto:
"si
innalzò ad un’altezza valutata di circa 41,480 metri
(braccia 80) una colonna di denso fumo, entro di cui
scintillavano alcune fiamme di colore
giallo-rosso-azzurrognolo, videro ancora che dal vertice di
quella densa colonna formatasi uno spruzzo a guisa di
pioggia, spargendo sassi voluminosi e fango a considerabile
distanza mostrante la portata dell’eruzione".
Alla fine dell’Ottocento l’attività della salsa cessa. Tra
coloro che ne osservarono lo spegnimento si ricorda lo
studioso Giovanni Canestrini che in un articolo la descrive
come "oscura ed ingloria… non è che una buca,
irregolarmente circolare, di un metro e mezzo nel maggiore
diametro e di 75 cm di profondità massima…".
Il cono della salsa di Montegibbio, attualmente inattiva, è
localizzato qualche centinaio di metri prima del castello,
lungo “Via salsa di sopra”. Un osservatore attento può
ancora riconoscere l’antica cresta di questo sopito cratere
di fango.