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Work in Progress alle ex Ballarini

15/10/2009  La mostra Work in Progress mette in atto un’idea geniale. Da una parte il top degli artisti contemporanei referenti alla Galleria Annovi, dall’altra il complesso di archeologia industriale sassolese delle ex Ballarini, colto nel corso della sua trasformazione in zona residenziale. I loft realizzati dell’architetto Silvia Giacobazzi, prima di essere finiti ed abitati vengono invasi dalle opere di quindici artisti. Ogni appartamento ne ospita uno.
Andrea Saltini
campiona frame d’amore di film orientali, soprattutto del maestro coreano Kim Ki Duk: intrecci di corpi, geishe sotto la pioggia, campiture fuori fuoco come nell’avvicinamento del bacio. La sua prova migliore è il volto di una creatura angelica, in cui la bocca è quella di una ragazzina tredicenne, il naso è di un uomo, mentre gli occhi appartengono al volto di una donna adulta. Nasce in questo modo uno splendido mostro, chimera di desideri più o meno confessabili.  Florencia Martinez riprende le trame dei suoi orditi, affiancando alle sue casalinghe crocifisse una serie di buffi ometti in mutande, atteggiati in pose da culturista. I suoi porcellini vestiti di perline e merletti ribadiscono quanto l’ironia sia importante nel suo lavoro. Alberto Castelli mutua un ritrattismo americano freddo e asfittico, fatto di corpi di plastica  e vuoto. Bonavita usa un linguaggio arcaico, metafisico, in cui gli archetipi della gara, della porta,  e del giudizio si immobilizzano e si dilatano come nei sogni.  Dall’O si muove nel segno di un ibridisimo composto di immaginario pop, grafica vittoriana, simboli cristologici, teschi, animali e colate di argento plastificato. Una sua tela di grande formato mostra una configurazione ramificata come i dendriti neurali del cervello, il quale viene campionato da una tavola anatomica dell’Ottocento che si ripete lungo tutta la struttura. Al suo interno ci sono sagome che riproducono coltelli, armi, patiboli (la violenza), accoppiamenti (il sesso), corone di spine (il dolore), Topolino (il gioco), fumetti (il linguaggio), tazzine (il cibo), calici (la passione e la ricerca), teschi (la morte). Enigmatiche le opere di  Coser: tavolette lucide come lapidi recano la citazione di titoli di opere d’arte o canzoni. Delle citazioni vuote, dalla superficie levigata ed elegante, come una porta che nasconda qualcosa. Gurnari mischia bestiari esotici a semiotica rock’a’billy.
Jori mostra un spazio disintegrato, caotico e armonico nello stesso tempo, in cui poligoni tridimensionali vengono colti nell’attimo della caduta. Nicola Nannini dimostra grande attenzione al sistema significante dei vestiti, nelle sue immagini segnaletiche di varia umanità griffata. Matteo Negri lavora sulla censura del visibile: tutti parlano delle mine antiuomo, e possono vederne gli effetti in differita, ma pochi addetti ai lavori saprebbero riconoscerle. Negri le riproduce in dimensioni reali, in ceramica lucidissima, nera, o di un sorprendente blu di china. Le opere di Davoli sembrano quasi un intervento site specific: conglomerati industriali illuminati da una luce rinascimentale che ricorda Piero della Francesca.
Gli appartamenti non finiti, ricavati dai corpi di fabbrica, sembrano fatti apposta per l’arte contemporanea: ambienti altissimi, bianchi, squarciati da vetrate immense. La mostra Work in Progress, visitabile nelle domeniche di ottobre o su appuntamento fino alla fine del mese
(tel. 0536 807837), costituisce un’ottima opportunità per visitare il complesso. New York e Berlino sembrano proprio dietro l’angolo.

Luiza Samanda Turrini

Nell'immagine un'opera di Dall’O


 


 

 

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