Il duca Francesco III d’Este la chiamò “terra nobile”, ma qual era il vero volto della Sassuolo estense nel ‘700?

“Il paese è assai popolato, ma composto di moltissimi miserabili”

ci informa un anonimo in una nota del 1734, oggi conservata tra le carte dell’Archivio di Stato di Modena.
È la miseria la vera protagonista della storia di Sassuolo nel periodo estense. Circa 1.500 abitanti, moltissimi dei quali appunto in misere condizioni. Tanto che la popolazione non aumenta per diversi decenni. Quale decollo demografico può mai esserci in un territorio dall’economia così debole?

La ceramica, che già si produce, è ben lontana dal generare ricchezza e benessere per la popolazione. Il commercio e l’imprenditoria non possono certo fiorire in un sistema che punta a garantire alla Camera ducale un reddito fiscale facile e certo, invece che favorire l’iniziativa economica.

Altre ricchezze vanno a finire nelle casse dei sovrani francesi e degli Asburgo, poiché lo Stato degli Este non è abbastanza forte per stare in piedi da solo. Modena capitale ha bisogno di protezioni più potenti e si allinea ora alla Francia ora all’Austria, che non la difendono certo gratis. Insomma, Francia o Austria, basta che si mangi. Eppure per moltissimi non è facile mettere insieme il pranzo e la cena.

“I mangiatori di patate”, di van Gogh, risale al 1885. Non è facile trovare immagini che ritraggano in modo realistico la gente comune impegnata nella vita quotidiana. Più spesso si trovano immagini idealizzate della realtà “semplice” e “bucolica” di quei tempi, che sarebbero state ancora meno pertinenti al tema di questo post.

In questo periodo, Sassuolo e il modenese si caratterizzano per un’economia a base agricola, che non riesce nemmeno a dar da mangiare a tutti. Sono costanti l’inflazione, la disoccupazione e la depressione dei prezzi dei prodotti agricoli, con poche eccezioni.

Perché definire nobile una terra così depressa? Cosa c’è di nobile? Ci sono i fasti esteriori della corte estense, per i quali i sassolesi pagano di tasca loro. Ci sono le migliorie edilizie, che però riguardano nuovamente più il decoro della corte che il bene dei sudditi, nonostante vengano fatte a loro spese.

Sembra impossibile che qualcosa possa aggravare un quadro già tanto pesante per i sassolesi. Eppure succede: costano i contributi di guerra che si devono agli austriaci, costa l’acquartieramento invernale delle truppe, costa il continuo passaggio di soldati stranieri.

Non stupisce allora che tutto questo non possa durare e che sul finire del secolo il potere ducale subisca un primo duro colpo. La Rivoluzione francese diffonde le idee di libertà, uguaglianza e fratellanza, attaccando i privilegi della nobiltà tradizionale. Tuttavia, dopo la sconfitta di Napoleone, il Congresso di Vienna cerca di riportare indietro le lancette della storia rimettendo sui troni i vecchi sovrani. Anche a Modena e a Sassuolo tornano gli Estensi, ma non sono esattamente quelli di prima: appartengono pienamente alla casata degli Asburgo e portano una cultura di stampo germanico. Gli ultimi duchi cercano di regnare come se nulla fosse mai cambiato, ma per la loro lotta è ormai troppo tardi: la storia vede ormai salire alla ribalta nuovi protagonisti, ovvero quei borghesi che guidano le rivoluzioni liberali dell’800.

Paola Gemelli con la collaborazione di Daniel Degli Esposti

Bibliografia essenziale:

  • A. Barbieri, Storia di Sassuolo. Il Seicento e il Settecento, Bologna, Book Servic Edizioni, 1992;
  • G. Basini, Sul mercato di Modena tra Cinque e Seicento, Milano, 1974;
  • C. Capra, Storia moderna (1492-1848), Firenze, Le Monnier, 2009;
  • M. Cattini, Appunti per un profilo dell’economia modenese dal secolo XI al secolo XVII, Atti e memorie Deputazione modenese di storia patria, s.X, volume 6.

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